13 gennaio 2008. Per non dimenticare Alfredo Ormando (Scritti e documenti)
Per non dimenticare Alfredo Ormando, un omosessuale credente siciliano che il 13 gennaio 1998 si diede fuoco in San Pietro a Roma, per protestare contro il Vaticano), il Gruppo del Guado di Milano ha deciso di raccogliere sul suo sito internet alcuni testi che riguardano la sua difficile vita e la sua morte disperata.
Perchè “crediamo infatti che il passato, anche quello che ci accusa e che ci chiede una conversione radicale, non debba essere rimosso: nel ricordo di un gesto sconvolgente come quello che ha compiuto Alfredo Ormando quando ha deciso di darsi fuoco in Piazza San Pietro.
Nella ricostruzione del percorso doloroso che l’ha portato verso questo epilogo disperato c’è infatti l’atteggiamento di chi sceglie di accogliere nel suo cuore le sofferenze che incontra.
Si tratta di ripetere la scelta che ha fatto Gesù, quando ha accolto nel suo cuore le grida disperate di quanti non hanno saputo trovare il senso della loro sofferenza. Si tratta di urlare con lui la speranza in un mondo in cui la sofferenza e la morte non ci sono più”.
Per non dimenticare Alfredo Ormando
Il 13 Gennaio del 1998 un uomo di è dato fuoco in Piazza San Pietro. Padre Ciro Benedettini, della sala stampa vaticana, dice che la lettera trovata tra i vestiti di quest’uomo esclude qualunque legame tra la sua morte, la sua presunta omosessualità e qualunque protesta contro la Chiesa.
Ma prima di partire per Roma, l’uomo che si è ucciso in Piazza San Pietro, aveva pensato di spedire all’ANSA di Palermo un’altra lettera da cui emerge una verità del tutto diversa. Queste pagine vogliono offrire a quanti le leggeranno la possibilità di riflettere sulla vita e sulla morte di quest’uomo.
Indice dei testi raccolti:
Preghiera di Gennaio
Cronache di una morte annunciata
Una breve ricostruzione dei fatti
Il capolavoro della Chiesa cattolica: l’automartirio di Alfedo Ormando
Io, torcia umana lanciata contro il Vaticano
Ma chi era Alfredo Ormando?
Ecce Omo! Alfredo Ormando: la vita, l’opera, il fuoco.
Opere di Alfredo Ormando
La parola alla difesa! Le ultime lettere di Alfredo Ormando:
- Palermo, 11 novembre 1997
- Palermo, 27 novembre 1997
- Palermo, 8 dicembre 1997
- Palermo, Natale 1997
- Palermo, 2 gennaio 1998
- Palermo, 4 gennaio 1998
- Lettera ai posteri
Volantino distribuito durante il momento di preghiera organizzato dagli omosessuali credenti italiani
Lettera aperta agli organizzatori della prima giornata mondiale per il dialogo tra religioni e omosessualità
Appello diffuso in occasione del quinto anniversario della morte di Alfredo Ormando
Appello diffuso in occasione del quinto anniversario della morte di Alfredo Ormando
Nel nono anniversario della morte di Alfredo Ormando
Lettera aperta ad Alfredo Ormando a dieci anni dal suo gesto disperato
Una breve commento di Piero Montana, studioso della vita e delle opere di Alfredo Ormando
Intanto, in America, qualcuno vuol farci sopra un film
Preghiera di Gennaio
Mentre raccoglievo il materiale che vi proponiamo di seguito, mi è capitata tra le mani questa canzone che Fabrizio De André ha scritto dopo il suicidio di Luigi Tenco. Mi ha colpito in particolare la coincidenza legata al titolo: anche Alfredo Ormando, infatti, come Luigi Tenco, si è tolto la vita nel mese di Gennaio. La propongo perché dice molto bene tutto quello che non abbiamo saputo dire in passato (Gianni Geraci)
Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.
Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.
Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.
Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.
Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.
Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
Cronache di una morte annunciata
Ecco di seguito tre articoli in cui vengono ricostruita, con tecniche narrative molto diverse, gli ultimi momenti della vita di Alfredo Ormando. Tre storie che narrano gli stessi fatti. Tre occasioni per riflettere sul dramma di un uomo. Una breve ricostruzione dei fatti
La cronaca
Alfredo Ormando, quarantenne siciliano di San Cataldo, con due anni di seminario alle spalle e con un tormentato rapporto con la religione e con la cultura, si è dato fuoco in piazza San Pietro il 13 gennaio del 1998. Sua madre lo aveva sentito la sera precedente: Alfredo le aveva detto che intendeva recarsi a Roma per motivi di studio.
Gaetano Mangano, un affittacamere di Palermo, l’aveva visto due giorni prima: Alfredo gli aveva chiesto in prestito centomila lire. Una donna delle pulizie addetta alla piazza l’ha visto mentre si versava addosso la benzina nei pressi del colonnato del Bernini: Alfredo si è dato fuoco e, avvolto dalle fiamme, ha iniziato a correre verso il centro della piazza.
Un agente di polizia che l’ha soccorso e che ha cercato di spegnere le fiamme con la propria giacca ricorda che, prima di perdere conoscenza, Alfredo Ormando abbia detto: «Non sono neanche stato capace di morire». Fu trasportato all’ospedale Sant’Eugenio dove morì dopo dieci giorni di atroce agonia.
La sala stampa del Vaticano dichiarò che, dalle lettere trovate addosso ad Alfredo Ormando, emergeva che la causa del suicidio fosse legata a problemi che aveva con la famiglia e negò in maniera categorica che ci fosse qualunque legame tra il suo gesto disperato e l’atteggiamento che la Santa Sede ha nei confronti delle persone omosessuali.
Qualche giorno dopo, l’agenzia ANSA, pubblicava una lettera spedita da Alfredo poco prima di partire per Roma e faceva chiarezza sui motivi del suo gesto. Da quel momento i mezzi di comunicazione della Santa Sede hanno iniziato a ignorare Alfredo Ormando evitando di dare, il 23 gennaio, la notizia della sua morte.
Qualche anno dopo la teologa Gabriella Lettini faceva notare in un suo libro un particolare grottesco: L’Osservatore Romano, nel giorno in cui avrebbe dovuto riportare la notizia della morte di Alfredo, descriveva con dovizia di particolari la prima udienza, mai concessa da un papa, a un enorme pitone con cui si era presentata una delegazione di artisti circensi.
Il 13 gennaio, la data in cui Alfredo Ormando ha compiuto il suo gesto disperato, è stata proclamata Giornata mondiale per il dialogo tra religioni e omosessualità.
Il capolavoro della Chiesa cattolica: l’automartirio di Alfedo Ormando di Lorenzo Lozzi Gallo da L’Ateo del Maggio 2000
Il 16 febbraio di quest’anno abbiamo celebrato la figura di Giordano Bruno in occasione dei quattrocento anni dalla sua morte. Giordano Bruno è giustamente considerato un martire del libero pensiero da tutti gli atei del mondo; eppure, non tutti sanno che ancora oggi la chiesa cattolica produce martiri contro di essa. È il capolavoro della chiesa cattolica, creare le condizioni per uccidere senza che nessuno possa accusarne i vertici di aver materialmente ordinato la cosa.
Eppure, nessuno può negare che spesso i suicidi di omosessuali e di altre persone che il Vaticano utilizza come capri espiatori non possono essere imputati ad altro che a questa campagna omnipervasiva: soprattutto tra i giovani omosessuali, i più esposti agli influssi dell’educazione cattolica, il numero di tentativi di suicidio, secondo le statistiche, è nettamente superiore rispetto a quello dei loro coetanei eterosessuali.
Ma non sono solo gli adolescenti a cadere vittime di questo pogrom silenzioso: la storia che stiamo per raccontare è esemplare, e insieme eccezionale, per il carattere eccezionale della persona coinvolta.
Alfredo Ormando era nato e cresciuto in Sicilia, in un ambiente da lui stesso definito bigotto e provinciale. Discriminato dalla più tenera età a causa del suo essere omosessuale, a 39 anni Ormando decise di farla finita con le discriminazioni, a modo suo. Martedì 13 gennaio 1998 Ormando arrivò in piazza S. Pietro intorno alle sette e mezza di mattina, portando con sé una tanica di benzina.
Arrivato al colonnato, si tolse il soprabito, si cosparse di liquido e appiccò il fuoco ai vestiti che portava. Riuscì a fare ancora qualche passo in direzione della basilica, poi cadde. I carabinieri in servizio in piazza S. Pietro lo soccorsero e fu trasportato d’urgenza all’ospedale. Aveva ustioni sul 90 per cento del corpo. Morì dopo undici giorni di agonia, senza mai riprendere coscienza.
Alla sua morte, il portavoce del Vaticano, Ciro Benedettini, negò che esistesse una qualunque connessione tra l’omosessualità dell’uomo e il luogo scelto per mandare ad effetto il suo gesto, affermando: «Nella lettera trovata addosso a Ormando, non si afferma in nessun modo che il suo gesto sia determinato dalla sua presunta omosessualità o da protesta contro la Chiesa».
In realtà, Alfredo Ormando aveva con sé due lettere in cui spiegava le sue ragioni; le aveva lasciate nel soprabito che si era tolto. Furono confiscate. Ma Ormando era un uomo previdente: ne aveva mandato copia anche all’ANSA di Palermo, prima di prendere il treno per Roma.
La prima delle due lettere era indirizzata al fratello. In essa l’autore si sfogava in questi termini: «Non hai idea di come ci si sente quando si è trattati in questo modo; non si riesce mai ad abituarsi ad accettarlo, perché è la nostra dignità che viene brutalmente vilipesa.
Anche mio cognato e suo figlio si sono vergognati in pubblico di me, anche quella santa donna di tua suocera si è permessa di deridere la mia omosessualità. Forse non ti è noto l’odio caino di nostro fratello nei miei confronti?
Fino a giungere a dire di fronte ad un estraneo (tu eri presente): “Se potessi ucciderlo con le mie mani lo farei”. Non voglio rifare queste bruttissime esperienze, so che si ripeteranno sempre fino a quando sarò vecchio e prossimo alla morte. Non permetterò più che si continui ad umiliarmi: non lo potrei più sopportare».
Nell’altra, indirizzata genericamente «ai posteri», Ormando cominciava con tono amaro: «Chiedo scusa per essere venuto al mondo». Questa seconda lettera è pervasa da un’esaltazione che si può spiegare considerando che è stata scritta da un uomo che aveva già fermamente deciso di uccidersi.
Ma la spiegazione del suo gesto emerge dolorosamente chiara in un’altra lettera, datata al natale del 1997, indirizzata ad un amico, in cui scrisse: «Penseranno che sia un pazzo perché ho deciso Piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa, che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia».
A questo punto, credo che nessuno avrà dubbi sulle ragioni di Ormando. Era un intellettuale, un uomo colto anche se provato, ormai esausto, e negli ultimi febbrili giorni prima della fine si è preoccupato di lasciare sufficienti testimonianze che ci permettono ora di erigergli il monumento che si è meritato come martire sull’altare delle libertà civili, l’unico cui tutti i cittadini italiani devono rendere omaggio.
È triste dover riportare come questo gesto di grande valore morale sia andato totalmente sprecato per la chiesa: il papa stesso non ha voluto nominare Alfredo Ormando, neanche per dire una civile parola di cordoglio.
Da allora, la comunità omosessuale e i suoi sostenitori celebrano ogni anno il 13 gennaio in memoria di Alfredo Ormando. Quest’anno, l’appuntamento è stato particolarmente amaro per i cristiani, dato che nell’anno del Giubileo già si sapeva che il papa non avrebbe chiesto scusa agli omosessuali per le persecuzioni di cui li aveva fatti oggetto, e il rappresentante del coordinamento dei gruppi omosessuali cristiani in Italia, Andrea Ambrogetti, se ne era lagnato con la stampa.
Ma anche per i laici ci sono stati segnali a dir poco inquietanti: il sit-in avvenuto in Campidoglio, nei giorni in cui il sindaco di Roma riceveva il papa, si è concluso con la repressione violenta di una libera e pacifica manifestazione, e con la denuncia di due ragazzi, colpevoli di aver scritto in uno striscione un’opinione («Chiesa assassina») che nessuno può ritenere tecnicamente scorretta, nel caso di Ormando, ma che in Italia, a quanto pare, è proibito esprimere.
Un bell’inizio per il Giubileo! Certo, a giudicare dalle polemiche di questi giorni, si può affermare con sicurezza che né il comune di Roma né il Vaticano hanno intenzione di proseguire diversamente da come avevano cominciato. Da questi avvenimenti d’inizio anno, e da quelli che abbiamo vissuto nei giorni scorsi, risulta chiaro che la Repubblica Italiana nei confronti delle minoranze sessuali usa metodi non democratici, in palese contrasto non solo con i diritti civili, ma anche con quelli umani.
La vicenda di Alfredo Ormando, e le polemiche di questi giorni, mostrano a tutti noi atei, agnostici, o semplicemente cristiani liberi, l’importanza dei diritti delle minoranze sessuali come «cartina tornasole» del tasso di democraticità e di rispetto dei diritti umani in una nazione.
La memoria stessa di chi è morto per la mancanza di questi diritti ci impedisce di dimenticare uno dei primi slogan del movimento omosessuale americano: «Gay rights are human rights!».
Io, torcia umana lanciata contro il Vaticano di Delia Vaccarello tratto da L’Unità del 13 Gennaio 2004
Ho passato buona parte dei miei quarant’anni, sperando che le mie parole pubblicate in un’opera potessero uscire dai confini della mia isola, la Sicilia. Non è stato possibile, inesorabili i rifiuti delle case editrici, dalle più grandi alle minori. Allora ho deciso di farmi parola io stesso. Ho deciso di trasformare in urlo e in segno indelebile il mio corpo di uomo che ama un altro uomo, di gridare tutto ciò che la Chiesa non vuole vedere. Il mio corpo sarà la penna, si consumerà scrivendo la mia parola che nessuno potrà cancellare, il mio inchiostro sarà la benzina.
Sono partito da Palermo ieri sera in treno. Un viaggio interminabile per arrivare qui, sotto l’imponente colonnato in questa rigida mattina. Oggi è il 13 del mio ultimo gennaio, del mio ultimo anno, il 1998. Ho comperato la benzina presso un distributore automatico vicino San Pietro. Ho nascosto la tanica in una borsa nera. Ma ora, prima di darmi fuoco, sento i ricordi che non vogliono lasciarmi e li accolgo nel grembo della mia mente che per me è ospitale come il grembo di donna ed è l’unico luogo di libertà che io abbia mai conosciuto. La mia consolazione è stata nelle mie fedi, ho sempre creduto, come ho scritto in un aforisma che «Anche una mente superiore, sei ha umili origini, può dimorare nel più infelice e reietto degli uomini».
Mi chiamo Alfredo Ormando sono nato a San Cataldo, un paesino in provincia di Caltanissetta, il 15 dicembre del 1958. Mio padre e mia madre erano analfabeti, hanno lavorato nei campi e poi sono diventati operai. Ho sette fratelli, le nostre condizioni economiche sono state modeste, quando non disagiate. Io non sono riuscito a frequentare la scuola regolarmente e ho preso la licenza media a venti anni, come privatista. La maturità magistrale cinque anni fa. Mi sento un anticonformista e sento intorno a me, come ho scritto a un amico, il mondo ostile, armato verso coloro che hanno «dentro di sé quel qualcosa in più che va a cozzare contro la grettezza, i pregiudizi , l’invidia e il provincialismo della propria gente».
Alla ricerca di me stesso e di un luogo accogliente mi sono abbandonato anche a una crisi mistica di cui ho parlato nel romanzo Il Fratacchione nel quale descrivo il silenzio della mia vita conventuale. L’ho pubblicato a mie spese un anno fa, aiutato anche dalla mamma, che ormai ha più di 80 anni e vive di una piccola pensione sociale.
Ma noi siamo di origini contadine e non buttiamo niente. Ogni cosa può nutrirci fino a quando la vita ha un senso. Poi buttiamo la vita tutta intera. Come sto per fare io, qui davanti a questo presepe anacronistico, che a San Pietro non viene smantellato subito dopo la Befana. Io sto per darmi fuoco guardando il bambinello. E mentre loro prolungano il Natale, io anticipo la Pasqua, e mostro che vogliono il sangue, che vogliono la morte.
Mi farò torcia umana e scriverò parole che non potranno essere ignorate. Visto che hanno messo Cristo in croce capiranno che cos’è il sacrificio e almeno dentro di loro l’eco delle mie parole procurerà un sussulto.
Come ora, dentro di me, torna l’eco di ciò che ho scritto al mio amico: «Penseranno che sia un pazzo perché ho deciso piazza san Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la Natura, perché l’omosessualità è sua figlia».
Ho vissuto sulla mia pelle il razzismo nei confronti delle emozioni, quello che vede il pregiudizio stanarti oltre ogni confine possibile e nutrirsi di te fino ad annientarti. Le mie parole, anche quelle scritte nei libri, ritornano ora con forza, come i ricordi.
L’umiliazione l’ho descritta in Sotto il cielo d’Urano: «Ho sperimentato in prima persona cosa significhi salire e scendere le scale altrui, sentirsi un marocchino nel proprio Paese. Vivere all’ombra di mia madre, essere umiliato, vilipeso, osteggiato, emarginato e porre fine ai miei giorni con il suicidio». Adesso basta, la società mi ha suicidato, prima che lo facessi io. Almeno mi prendo la libertà, l’unica che mi hanno lasciato, di compiere il gesto finale.
Mi tolgo il giubbotto, anche se fa freddo, tra pochi secondi morirò di fuoco, un fuoco catartico e visibile, che mi avvolgerà azzannandomi la pelle. Eppure la mia mano esita, ma «perché devo vivere? Non trovo una sola ragione perché io debba continuare questo supplizio.
Nell’aldilà a nessuno farò drizzare i capelli e arricciare il nasino perché sono un omosessuale. Non capisco questo accanimento contro dì me. Non svio nessuno dalla retta via dell’eterosessualità, chi viene a letto con me è maturo, cioè adulto consenziente e omosessuale o bisessuale. A volte basta davvero poco per essere felici e altrettanto poco per essere infelici.
Per me il discorso è diverso: «É da quando avevo dieci anni che vivo nel pregiudizio e nell’emarginazione; ormai non riesco più ad accettarlo, la misura è piena». Le gerarchie cattoliche arriveranno a dire che mi tolgo la vita per malattia, o debolezza, e non per urlare loro l’ingiustizia che infliggono agli omosessuali in questo Paese. Ed è per questo che nel mio giubbotto, che ho poggiato per terra, sui lastroni calpestati da migliaia di fedeli, ho lasciato una lettera di denuncia. Almeno le parole di un morto, di un martire, le leggeranno. Bisogna ammazzarsi per farsi sentire.
Ma se mi fossi ammazzato in Sicilia non mi avrebbero ascoltato. E sono dovuto partire. Non tornerò più nella mia Palermo che è stata prima come una metropoli rispetto a San Cataldo e poi, comunque, luogo di dolore. Ho lasciato per sempre la palazzina di via delle Magnolie, le strade alberate piene di profumi a primavera, la casa dove ho vissuto con un uomo pensionato, dando una mano in cambio di un aiuto per poter acquistare i libri e frequentare l’università. Non entrerò più nella facoltà di Lettere e Filosofia.
Avere una laurea ormai non fa più differenza. Magari me la daranno dopo, da morto. Avrebbe fatto la differenza avere degli amici veri, trovare anche nel movimento omosessuale legami profondi, ma così non è stato. F
ino a pochi giorni fa, il due gennaio, ho scritto da Palermo a un amico di Reggio Emilia: «Se avessi avuto un paio di amici come te qui, avrei accettato di buon grado la mia vita». Ma l’amicizia vera è un bene inestimabile che non ho avuto. Il Sud con me è stato avaro.
L’amarezza è stata il mio rifugio. Amari gli aforismi: «A tradire sono sempre gli amici più intimi e i parenti più stretti». Perché? Solo a loro concediamo la possibilità di tradirci». Incantati, invece, sono stati i desideri irrealizzabili che ha espresso il mio immaginario. É di pochi mesi fa il mio racconto Il sogno di Paolo, dove Paolo si scopre donna e vive un amore di una completezza irreale, tanto intenso quanto solo da sognare. Poi si sveglia indubbiamente uomo. Ho lavorato, studiato, scritto, fino all’estenuazione. Sembrava che nulla potesse vincermi. Mi ha sconfitto la malvagità. Quando ho scritto: «Nessuno è più malvagio di chi spinge un uomo buono ad essere il suo assassino», ho capito che era arrivata la mia ora.
Io mi sto trasformando nel mio assassino, qui dinanzi agli occhi innocenti di Gesù che amo. Dinanzi alle gerarchie ecclesiastiche che odiano gli omosessuali. Prendo la tanica, mi inzuppo la maglia e i pantaloni. Stringo nella mano destra un accendino.
Basta azionarlo una, due volte… il fuoco divampa, è come i falò sulla sabbia a due passi dal mare, la fiamma è rovente, vicinissima, vicinissimo è l’infinito, ma ora a divampare sono io, è terribile, sono una torcia umana, corro, mi inarco per il dolore che mi fa impazzire, sono pazzo ma mi sento vivo almeno per qualche istante, vado verso Gesù, il vento del mattino alimenta le fiamme, un passante grida, due uomini in divisa si gettano su di me, agitano le giacche contro la mia pelle che non c’è più, prendono un estintore. Mi soccorrono gli infermieri: «Non sono neanche riuscito a morire».
Per terra, sotto il colonnato, resta una striscia nera, sangue impastato a carbone e benzina. Sono dietro a un vetro, il novanta per cento della pelle è ustionata, le telecamere dei tiggì mi inquadrano. Lo so, non mi salverò. Il mio corpo è la mia parola. Finalmente ascoltata.
Chi era Alfredo Ormando? di Piero Montana
Partendo dalla consultazione dei suoi libri inediti, che sono stati donati recentemente alla Civica Biblioteca di Bagheria, Piero Montana descrive con grande sensibilità la vita e la sofferenza dello scrittore nisseno Alfredo Ormando che il 13 gennaio del 1998 decise di bruciarsi vivo a Piazza San Pietro.
Ecce Omo! Alfredo Ormando: la vita, l’opera, il fuoco.
Devastato da una cocente emarginazione il 13 gennaio del 1998, a 39 anni, lo scrittore nisseno Alfredo Ormando si bruciava vivo in piazza San Pietro a Roma. Nella lettera autografa, datata Natale ’97, dedicata ad un amico di Reggio Emilia, ma mai spedita, il suo suicidio veniva annunciato e motivato come «un gesto di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità».
E tuttavia dalle sue ultime e drammatiche lettere per i posteri risulta anche che, da qualche tempo, Ormando si considerava un fallito come scrittore e come uomo. Le case editrici avevano rifiutato di pubblicare i suoi romanzi ( una trilogia autobiografica, composta da Il dubbio, L’escluso e Sotto il cielo d’Urano), le sue fiabe, i suoi racconti. Con grandi sacrifici economici e solo grazie all’aiuto della madre ultraottantenne, che godeva di una pensione sociale, Ormando aveva pubblicato a sue spese nel 1995, il romanzo breve Il fratacchione e, nel 1997, cinque dei suoi racconti in una rivista da lui creata dal titolo I miserabili.
Ormando era nato a San Cataldo in provincia di Caltanissetta il 15 dicembre del 1958 da genitori analfabeti, operai di origini contadine. Era il decimo dei figli, l’ottavo di quelli viventi. Nella sua assai irrequieta fanciullezza e adolescenza non aveva mai seguito studi regolari. La licenza media veniva conseguita a vent’anni come privatista, la maturità magistrale nel 1993 all’età di 35 anni. La laurea di dottore in Materie letterarie alla memoria gli verrà conferita postuma il 14 dicembre 1998 presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Palermo.
Insofferente di ogni brutale disciplina, a partire da quella scolastica (ancora negli anni sessanta e fino ai settanta i metodi pedagogici di istruzione nelle scuole elementari e nelle medie erano alquanto discutibili), Ormando, dopo aver frequentato saltuariamente la scuola, al compimento dell’allora età dell’obbligo, aveva interrotto gli studi ed aveva cominciato a fare delle amicizie poco raccomandabili, entrando presto nel giro di cattive compagnie, la cui frequentazione, all’età di 16 anni, gli avrebbe comportato l’arresto, assieme ad altri sei minorenni e quattro maggiorenni, per il reato di associazione a delinquere. Rinchiuso nel Centro di Rieducazione di San Cataldo, ne sarebbe uscito dopo qualche mese.
Dopo il servizio di leva si dichiarava anticonformista per il suo look eccentrico e per essere diventato un capellone, la qual cosa, in quel tempo, in un paese assai retrogrado e provinciale, gli creava la nomea di arrusu ossia di omosessuale, che lo avrebbe costretto ad abbandonare San Catataldo e a trasferirsi a Palermo, dove conduceva una vita sessualmente disordinata, in condizioni economiche assai precarie. Tali esperienze verranno narrate nel romanzo autobiografico Il dubbio, scritto nel 1990, dove a riguardo leggiamo: «Cominciavo a mettere più cura nel vestire, ero sempre alla ricerca di abiti ricercati e soprattutto esclusivi e originali, non trovandoli iniziai a inventarmeli. Uno stock di foulards variopinti, di camicie di raso, di anelli e collanine facevano di me un finocchio a tutti gli effetti. I capelli li avevo piuttosto lunghi. Ero diventato un incosciente anticonformista. Sapevo di andare controcorrente, di attirarmi addosso le critiche della gente, il biasimo delle persone cosiddette eterosessuali, il ludibrio dei masculi, il malcontento dei familiari. La mia risposta alla società fu la stereotipata reazione del complessato, del timido, del frustrato, il quale risolve di inserirsi nella società degli uomini con l’attrarre su di sé l’attenzione con un comportamento che esula dalle norme vigenti del conformismo a cui tutti gli esseri limitati si attengono. Solo così mi sentivo di esistere».
Nel maggio del 1980 Ormando si trovava a Milano, dove, tra le altre occupazioni, svolgeva anche quella di rappresentante di commercio e dove, forse a causa delle sue ristrettezze economiche, deluso dalla vita, tentava il suicidio, ingoiando trenta compresse di Roipnol: la locandiera della pensione in cui alloggiava chiamava la Croce Rossa; Ormando veniva ricoverato d’urgenza al Fatebenefratelli e mentre si trovava in ospedale ebbe una crisi mistica che lo porterà al santuario mariano di Gibilmanna per chiedere di diventare cappuccino.
Dall’ ottobre del 1981 al luglio del 1983 l’aspirante frate, conduceva vita religiosa nel convento cappuccino di Bronte, in provincia di Catania. Tale esperienza sarà raccontata nel romanzo breve Il fratacchione, scritto anni dopo, nel settembre del 1994, e pubblicato dalla casa editrice Publisicula di Palermo nel 1995. Sul retro della copertina della rivista I miserabili il libro veniva così pubblicizzato: «La problematica dell’ispirazione divina che porta un uomo alla scelta del sacerdozio pervade il romanzo, che narra di un ragazzo miscredente che si vota a Dio dopo la lettura di certi libri sulla vita dei Santi. Dopo aver visto sacerdoti che si affogano nel cibo, che si lasciano pesantemente trasportare dalla loro pedofilia, che diventano amanti e padri di figli illegittimi, che hanno il vizietto di baciare sulla bocca le donne il ragazzo preferisce abbandonare la Chiesa comprendendo di non essere votato alla vita sacerdotale. I due anni trascorsi in convento saranno serviti però a qualcosa, per esempio, ad avere maggiore stima e fiducia di se stesso».
Lasciato il convento Ormando si trasferiva a Firenze, presso un amico molto più anziano di lui. È in questo periodo che incominciava a scrivere la prima stesura delle sue fiabe, che verranno completate, anni dopo, in sillogi quali Novellando sotto le stelle, Le avventure del nubinauta Grissino, Il monte incantato ed altre fiabe.
Nell 1985 scriveva delle poesie di ispirazione leopardiana che pubblicava a sue spese col titolo Vagiti primaverili. Si interessava al contempo al teatro popolare in vernacolo siciliano, da cui era affascinato, scrivendo, nel 1986, due commedie brillanti: Mastro Gnaziu e Tutto è bene quando finisce bene. Queste ultime opere assieme a Vagiti primaverili e al romanzo L’ingenuo, scritto nel 1989, saranno in seguito rifiutate dall’autore.
Nonostante questi interessi culturali (il teatro, la poesia, la narrativa) Ormando non si riprenderà mai dai suoi traumi, mostrando di non saper ricucire le ferite dell’anima mai cicatrizzate che quotidianamente gli venivano inferte dal pregiudizio e dall’emarginazione, tanto che in un incompiuto romanzo sull’AIDS, che aveva incominciato a scrivere nel 1985, usa queste parole per descriversi: «Ultimamente sono cambiate molte cose sulla mia vita, io stesso sono talmente mutato che faccio fatica a riconoscermi. Se dovessi fare un inventario di me stesso, non saprei da dove cominciare, visto che di umano mi è rimasto un sordo dolore ed un’animalesca rassegnazione. Conservo tuttora delle sembianze umane, ma internamente sono pura putredine, pasto per i vermi. Per quale sottile alchimia il mio corpo non si decompone? Forse dovrei interrogare gli scritti del divino Paracelso e del divino Ermete Trismegisto per uscire fuori dal circolo vizioso delle domande senza risposte».
Nel dicembre del 1989 Ormando iniziava a scrivere il romanzo epistolare Sotto il cielo di Urano. In questo libro, tra alti e bassi, tra frequenti sbalzi di umore, trovandosi nella vita reale in mezzo ad una strada, in alcune delle sue pagine più disperate, leggiamo la seguente confessione: «Le mie vicissitudini non sono molto dissimili da quelle che potrebbe vivere sulla propria pelle un individuo del Terzo mondo. No, la vita non è stata benevola nei miei confronti. Ho sperimentato in prima persona cosa significa salire e scendere le scale altrui, sentirsi un maruchien nel proprio paese vivere all’ombra di mia madre, essere umiliato, vilipeso, osteggiato, emarginato e porre fine ai miei giorni con il suicidio. Se un giorno dovrò scegliere la mia morte, opterò per darmi fuoco. Se dovrò andare ad arrostire nel fast food dell’inferno, tanto vale prepararsi per finire infilzato da uno spiedo e divorato dal fuoco della Geenna.»
In questo contesto tragico, l’unica magra consolazione che si offriva allo scrittore era data dalla considerazione che «non sarebbe la prima volta, se guardiamo alla storia dell’arte, che si suicidano degli aspiranti artisti, frustrati, incompresi, dileggiati, poveri e reietti come me».
L’opera che Ormando ci ha lasciato, al di là di ogni pregio letterario che non saremo noi a conferire, mette spietatamente a nudo il cuore di un uomo con il suo stigma sanguinante, gettando abbastanza luce sulla vita di un omosessuale che, quasi fustigandosi a sangue, non ci risparmia nulla, nelle sue confessioni, della sua disperata emarginazione e della sconfinata solitudine di cui – come è detto a conclusione di un’ ultima lettera per i posteri, spedita il giorno prima del suicidio all’agenzia Ansa di Roma – «non potrà mai farsi una ragione».
Di quest’opera l’omosessualità di Alfredo, dapprima latente e poi provocatoriamente e scandalosamente manifestata, è la più profonda chiave di lettura, che ci fa comprendere, passo per passo, un drammatico percorso di vita, un lucido e sistematico piano di rivolta, di protesta estrema, inaudita, che non poteva non sfociare in una catastrofe personale.
Le Opere di Alfredo Ormando a cura di Piero Montana con la collaborazione di Lea Amodeo
Il Fratacchione – Romanzo pubblicato dalla casa editrice Publiscula di Palermo nel 1995
Il dubbio – Romanzo inedito
L’escluso – Romanzo inedito
Sotto il cielo di Urano – Romanzo inedito
Inferno – Parodia del primo canto dell’Inferno di Dante inedita
Novellando sotto le stelle – Raccolta di fiabe paesane inedite
Le avventure del nubinauta Grissino – Fiabe inedite
Il monte incantato ed altre fiabe – Fiabe inedite
Orizzonti perduti – Romanzo incompiuto sull’AIDS
Epigrammi priapei e non – Inediti
Aforismi – Inediti
L’ingenuo – Romanzo breve inedito, successivamente rifiutato dall’autore
Vagiti primaverili – Raccolta di poesie pubblicate nel 1985 e successivamente rifiutate dall’autore
Mastru Gnaziu – Atto unico inedito
Tutto è bene quando finisce bene – Commedia brillante in tre atti inedita
Mi sembra… – Commedia brillante incompiuta
Le ultime lettere di Alfredo Ormando
Le ultime lettere scritte da Alfredo Ormando
Nelle settimane che hanno preceduto il suo tragico gesto Ormando scrisse un serie di lettere che sono state pubblicate dalla studioso Piero Montana
Palermo, 11 novembre 1997 (Lettera scritta e mai spedita a un amico poi ritrovata tra le carte di Alfredo)
Carissimo, scrivo un’altra lettera ad uso e consumo dei posteri. Ho deciso di farla finita con la vita, ogni illusione di riscattarmi attraverso i miei scritti è crollata. Sono stufo di vedermi isolato, emarginato.
Che vale vivere quando non si è amati e rispettati. Ho l’amore materno e quello di chi sai tu, è vero, ma ciò non copre l’ostracismo della gente e persino dei familiari. È troppo, non riesco più a trovare un motivo valido per dare un senso alla mia vita, magari un appiglio tenue, banale. Mi sento un appestato, un lebbroso con i suoi campanelli legati ai piedi per avvisare la gente di stare lontana da me.
Mi chiedo se un uomo già morto può essere considerato un suicida. Perché devo vivere? Non trovo una sola ragione perché io debba continuare questo supplizio.
Sto meditando di trascorrere il Natale a Palermo con la mamma, a gennaio di andare a Roma e di darmi fuoco a Piazza San Pietro, ma sarò ancora di questo parere? Eppure ci sono meno di due mesi, finalmente potrò cominciare a vivere, perché morire è vivere.
Quei pochi minuti di sofferenza saranno ripagati con la cessazione di tutti i dispiaceri, di tutti i dissapori. Nell’aldilà a nessuno farò drizzare i capelli ed arricciare il nasino perché sono un omosessuale. Non capisco perché alla gente preme molto ricordarmi che sono gay. Io lo so che sono gay ed ho una buona memoria ed una buona conoscenza di me. Perché allora ripetermi e ribadirmi che sono un finocchio?
Non capisco questo accanimento contro di me. Non svio nessuno dalla retta via dell’eterosessualità. Chi viene a letto con me è maturo, adulto, consenziente e omosessuale o bisessuale.
Voglio tanto farla finita: spero infine di riuscire al più presto possibile.
Palermo, 27 novembre 1997 (Lettera scritta e mai spedita a un amico poi ritrovata poi tra le carte di Alfredo)
Carissimo, questa volta faccio sul serio. Se prima trovavo molti motivi per vivere, adesso ne trovo altrettanti per smettere. Sono arrivato al capolinea, il mio ciclo vitale sta per concludersi, lo sento inevitabilmente.
Ormai sono entrato nel tunnel della morte dove l’unica via d’uscita è Piazza San Pietro. Mi rendo conto che il suicidio è una forma di ribellione a Dio, ma non riesco più a vivere; in verità sono già morto.
Sono impaziente di andare a Roma e lì lasciare una vita che per me è stata sempre una condanna.
Palermo, 8 dicembre 1997 (Lettera scritta e mai spedita a un amico poi ritrovata poi tra le carte di Alfredo)
Carissimo, era venerdì sera e sabato pomeriggio ho distrutto tutte le foto che mi ritraevano, ho distrutto i negativi e tagliuzzato quelle di gruppo, togliendo la mia immagine.
Non mi è rimasta neppure una foto, soltanto quella della patente e dell’abbonamento del bus cittadino. E’ come se non fossi mai esistito. Purtroppo i ricordi rimangono archiviati in un oscuro meandro del mio cervello e quelli non li posso davvero strappare e tagliuzzare come ho fatto con le foto.
Non voglio che questo mendace materiale mi sopravviva. A chi può mai interessare vedere la mia faccia da imbecille? Forse non sono stato umiliato abbastanza da vivo per continuare ad essere oggetto di scherno anche da morto?
Con la scusa di sistemare le foto anche di chi sai tu ho distrutto pure le sue, salvando quelle che lo ritraevano da solo ed eliminando quelle dove eravamo entrambi.
Lui ha pianto molto per questo e ciò mi ha dato molto dolore, ma io eseguo un piano che lui non conosce.
Palermo, Natale 1998 (Lettera spedita da Alfredo Ormando all’agenzia ANSA prima di partire per il suo ultimo viaggio verso Roma e pubblicata, dopo il 13 gennaio, dalla stampa internazionale)
Caro Adriano, quest’anno non sento più il Natale, mi è indifferente come tutte le cose, non c’è nulla che riesce a richiamarmi alla vita. I miei preparativi per il suicidio procedono inesorabilmente, sento che questo è il mio destino.
L’ho sempre saputo e mai accettato, ma questo destino tragico e là ad aspettarmi con una certosina pazienza che ha dell’incredibile.
Non sono riuscito a sottrarmi a questa idea di morte, sento che non posso evitarlo, tanto meno far finta di vivere e progredire per un futuro che non avrò: il mio futuro non sarà altro che la prosecuzione del mio presente. Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena e ciò non mi fa orrore, anzi !
Non vedo l’ora di porre fine ai miei giorni; penseranno che sia un pazzo perché ho deciso Piazza San Pietro per darmi fuoco mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare : è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la Natura, perché l’omosessualità è sua figlia.
Palermo, 2 gennaio 1998 (Lettera scritta e mai spedita a un amico poi ritrovata tra le carte di Alfredo)
Caro amico, è iniziato un nuovo anno ma non è per me, entro il mese avrò già messo in atto il mio funesto proposito. Mercoledì scorso è stato un bel giorno per me, i preparativi per il cenone di Capodanno mi avevano messo addosso una gran voglia di vivere, ma è durato soltanto una giornata e basta, dopo i pensieri funerei erano ritornati a tenermi compagnia.
A volte basta davvero poco per essere felici e altrettanto poco per essere degli infelici. Per me il discorso è diverso, è da quando avevo dieci anni che vivo nel pregiudizio e nell’emarginazione, oramai non riesco più ad accettarlo, la misura è piena.
Sarò punito nell’aldilà per il mio gesto, spero nella comprensione e nella giustizia del buon Dio, sono pronto a pagare le conseguenze, dopotutto sono abituato e allenato alla sofferenza.
Se avessi avuto qui un paio di amici come te avrei accettato di buon grado la mia vita.
Palermo, 4 gennaio 1998 (Lettera scritta e mai spedita a un amico poi ritrovata tra le carte di Alfredo)
Caro amico, sono impaziente di mettermi in viaggio per farla finita a Piazza S. Pietro. Il dolore di sentirmi bruciare vivo non mi spaventa più. Soffrirò pochi minuti, poi le endorfine mi aiuteranno a sopportare lo strazio.
Paragonato al mio vivere è di gran lunga preferibile, perlomeno durerà pochi minuti. E’ stupido da parte mia che perseveri a ripetere sempre le stesse cose, ormai ho detto tutto. Tu sai perché sono arrivato a questa soluzione.
Lettera ai posteri (Scritto inviato da Alfredo Ormando all’agenzia ANSA poco prima di partire per Roma)
Chiedo scusa al mondo intero per i miei nefandi crimini contro quella natura tanto cara e dissacrata dalla cristianità. Chiedo scusa per essere venuto al mondo, per aver appestato l’aria che voi respirate con il mio venefico respiro, per aver osato di pensare e di agire da uomo, per non aver accettato una diversità che non sentivo, per aver considerato l’omosessualità una sessualità naturale, per essermi sentito uguale agli eterosessuali e secondo a nessuno, per aver ambito diventare uno scrittore, per aver sognato, per aver riso, per aver ucciso mia madre e un’altrettanta persona cara con la soppressione cruenta della mia inutile esistenza.
Il mostro se ne va per non recarvi più disturbo e offesa, per non farvi più arrossire e imbarazzare e vergognare con la sua ignobile presenza, per non farvi schifare e voltare le spalle quando lo incontrate per strada.
Non permettete che io abbia una illacrimata tomba, che io diventi un appestato anche da morto. Se la benzina non avrà fatto il suo dovere, riducendomi in cenere, crematemi e spargete le mie ceneri nella campagna romana. Vorrei essere utile almeno come concime. Faccio un accorato appello alla vostra comprensione e generosità.
Ho vissuto una vita da inferno che quello dei cristiani, a confronto, mi sembra una favola per far addormentare i bambini. L’unica valvola di sfogo erano i miei scritti. Volevo riscattarmi attraverso la narrativa, ma l’editoria non me l’ha permesso, e poi chi segnalerebbe mai un finocchio?
Non riuscivo più ad ingannare la mia biologica voglia di vivere, a farmi una ragione della mia emarginazione, della mia sconfinata solitudine.
Fare memoria di un martirio del Cogi (Coordinamento gruppi di omosessuali cristiani in Italia)
Fin dall’anno successivo al gesto estremo di Alfredo Ormando, alcuni gruppi di omosessuali credenti hanno cercato di non dimenticare i motivi profondi della sua scelta disperata: la solitudine, l’emarginazione, il senso di fallimento, l’omofobia. E hanno cercato, in vari modi, di ricordare la figura di Alfredo.
Volantino distribuito durante il momento di preghiera organizzato dagli omosessuali credenti italiani
Il 23 gennaio dello scorso anno moriva Alfredo Ormando, un giovane omosessuale siciliano che si era dato fuoco dieci giorni prima in questa piazza. A un anno di distanza crediamo che sia giusto chiedere a quanti passano dal luogo in cui Alfredo ha scelto di darsi fuoco, di unirsi a noi nel ricordo e nella preghiera. Un uomo che muore è un evento che ci rimanda al cuore del mistero che l’uomo è per se stesso. Un uomo che muore dandosi fuoco in un luogo a cui milioni di persone guardano con speranza è un evento che ci interroga su quanto siamo stati capaci di testimoniare a chi ci è prossimo quella stessa speranza.
Ti preghiamo Signore
di accogliere nella tua pace
l’anima di Alfredo Ormando
che scegliendo, con un gesto disperato,
di darsi fuoco tra queste colonne,
ha dato voce ai tanti omosessuali
che ancora si sentono esclusi
dal tuo progetto di salvezza
su ciascuno di noi.
Ti preghiamo
di comprendere la disperazione del suo gesto
e di dissetarlo alfine
alla sorgente del tuo riposo.
Ti preghiamo di aiutarci
ad essere testimoni efficaci
di quella speranza
che Tu ci hai donato
in Gesù Cristo tuo figlio,
affinché nessuno si senta mai più escluso
dal tuo eterno progetto d’amore.Amen.
Lettera aperta agli organizzatori della prima giornata mondiale per il dialogo tra religioni e omosessualità del Coordinamento gruppi di omosessuali cristiani in Italia del 13 Gennaio 2000
In rappresentanza dei gruppi di omosessuali credenti che aderiscono al ‘Coordinamento gruppi di omosessuali cristiani in Italia’, insieme agli amici del Guado di Milano che mi hanno aiutato nella stesura di questa lettera, desidero ringraziare te e tutta l’Arcigay per l’appello alla chiesa italiana che sarà distribuita il prossimo 13 gennaio, in occasione del gesto disperato con cui Alfredo Ormando si è tolto la vita. Si tratta, infatti, di una testimonianza tangibile dell’equilibrio con cui gli omosessuali vivono le conseguenze aberranti dell’anacronistica ignoranza di molti esponenti della gerarchia cattolica.
Vorrei sottolineare che non mi aspetto tanto dalla chiesa la revisione di una morale che potrà cambiare solo quando, nella chiesa stessa, gli omosessuali sapranno esporre con chiarezza gli oggettivi problemi che la morale tradizionale pone loro. Vorrei invece chiedere alla gerarchia cattolica di vivere, nei confronti delle persone omosessuali, quella sollecitudine a cui il messaggio evangelico la chiama. I
l testo di Matteo si conclude, infatti, con un mandato esplicito di Gesù ai suoi apostoli: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). Come fanno i successori di quegli stessi apostoli a dire di vivere con fedeltà quel mandato se non fanno proprie «le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce» di tutti gli uomini e, in particolare, degli omosessuali, che soffrono per una mentalità che gli stessi cristiani hanno spesso alimentato?
Il Giubileo, nell’antico Israele, era l’occasione in cui i creditori condonavano i debiti di quanti dovevano loro qualcosa, per vivere insieme a questi, una riconciliazione capace finalmente di rimuovere, una volta per tutte, quanto ostacolava la piena fedeltà all’alleanza stipulata con Dio.
Analogamente, il grande Giubileo del 2000 potrà diventare, per noi omosessuali, l’occasione per perdonare i tanti cristiani che, in nome di una percezione errata del messaggio evangelico, ci hanno fatto soffrire.
Ma il segno esteriore di questo perdono, che ogni giorno centinaia di omosessuali esercitano nelle comunità cristiane, non potrà che essere un mutamento del linguaggio usato dalla gerarchia cattolica, un linguaggio che dovrebbe essere più vicino alle difficoltà che gli omosessuali incontrano nel vivere la loro specifica affettività, un linguaggio che non può che essere duro ed inequivocabile nella condanna di qualunque forma di violenza nei nostri confronti.
Mi viene in mente un episodio di cui fu protagonista il grande vescovo Ambrogio che, a Milano, non esitò a sbarrare la strada all’imperatore Teodosio, dopo che questi aveva sterminato gli abitanti di Tessalonica, insorti in difesa di un auriga condannato per i suoi modi effemminati.
Il grande santo non si appellò a uno dei tanti cavilli che leggiamo oggi sugli organi di stampa della chiesa, per venire meno al suo dovere di richiamare l’autorità imperiale al rispetto dei diritti di tutti i suoi sudditi. Parlò chiaramente e condannò la violenza.
Che i nostri vescovi ne sappiano seguire l’esempio, condannando sempre e comunque la violenza di cui gli omosessuali sono vittime e chiedendo a gran voce la fine di qualunque forma di odio e di disprezzo nei loro confronti.
Appelli diffusi in occasione degli anniversari della morte di Alfredo Ormando
In occasione del V anniversario
Il 13 gennaio 1998, Alfredo Ormando, un omosessuale siciliano che aveva alle spalle una tormentata esperienza di fede, si è dato fuoco in Piazza san Pietro per protestare contro l’atteggiamento della chiesa cattolica nei confronti delle persone omosessuali. Dieci giorni dopo moriva per le ustioni riportate in seguito al suo gesto disperato.
Hanno cercato di ignorare il fatto (L’Osservatore Romano non ha mai parlato dell’argomento), ma la stampa internazionale ha riportato sgomenta la notizia.
Hanno cercato di falsare il contenuto delle sue ultime lettere (il portavoce della sala stampa vaticana ha sostenuto che in esse non emergeva nessun legame tra il luogo scelto per il suo gesto disperato e la sua omosessualità), ma lui li ha spiazzati, spedendo alla stampa una copia di quelle stesse lettere.
Stanno cercando di farcelo dimenticare, perché Alfredo è un martire, e sono proprio i martiri che fanno crescere la Chiesa.
Se però noi riusciremo di nuovo a pregare per Alfredo, allora la forza delle Spirito Santo riuscirà a spazzare via il clima plumbeo che sta soffocando la chiesa e a far rinascere la speranza in tanti omosessuali credenti che rischiano di perderla.
Uniamoci allora nella preghiera e mandiamo questo messaggio a quanti possono e vogliono pregare con noi, per trasformare la nostra preghiera in un fiume in piena, capace di spazzare via l’ipocrisia e la disperazione.
Preghiamo per l’anima di Alfredo. Preghiamo per quelli che, come lui, soffrono a causa dell’atteggiamento ostile che parte della chiesa ostenta nei confronti dell’omosessualità. Preghiamo per la conversione dei tanti che si ritengono nel giusto, quando spingono gli omosessuali verso la disperazione e si dimenticano che Dio ha chiamato ciascuno di noi alla felicità dell’incontro con Lui.
In occasione del VI anniversario della morte di Alfredo Ormando
Il 13 gennaio 1998, Alfredo Ormando, uno scrittore siciliano che non nascondeva la sua omosessualità e che aveva alle spalle un tormentato rapporto con la Chiesa, si è dato fuoco in Piazza San Pietro per protestare contro l’atteggiamento della gerarchia cattolica nei confronti delle persone omosessuali. Pochi giorni dopo Alfredo moriva per le ustioni riportate in seguito al suo gesto disperato.
Hanno cercato di ignorare il fatto (gli organi di stampa vaticani non hanno mai trattato l’argomento). Hanno cercato di falsare il contenuto delle lettere trovate accanto al suo corpo (il portavoce della sala stampa vaticana è arrivato a sostenere che in esse non emergeva alcun legame tra il gesto di Alfredo e la sua omosessualità).
Si sono chiusi in un imbarazzato silenzio quando i giornali di mezzo mondo hanno pubblicato una copia di quelle stesse lettere che Ormando, per prudenza, aveva deciso di spedire prima di suicidarsi.
Sette anni dopo, di fronte al pericolo di dimenticare, assieme a Ormando, i tanti omosessuali credenti che non ce l’hanno fatta e che, a un certo punto, hanno deciso di farla finita, perché convinti che è impossibile essere omosessuali, essere credenti ed essere sereni, i nostri gruppi invitano la Chiesa italiana a riscoprire quella dimensione accogliente che fa parte della sua vocazione, affinché le tante persone omosessuali che partecipano alla vita delle sue comunità, non siano più costrette a nascondere la loro specifica affettività.
Nel nono anniversario della morte di Alfredo Ormando
Avremmo voluto dedicare il nostro prossimo incontro, che cade esattamente nove anni dopo il disperato gesto con cui lo scrittore siciliano Alfredo Ormando ha scelto di darsi fuoco per denunciare la crudeltà con cui i vertici della Chiesa cattolica trattano le persone omosessuali.
Avremmo voluto ricordare l’assordante silenzio con cui gli organi di informazione legati alla Santa Sede hanno circondato questo suo gesto, mentre la stampa di tutto il mondo raccontava, con crescente apprensione, le tappe della sua lenta agonia.
Avremmo voluto chiedere a sua Santità Benedetto XVI quella preghiera pubblica che il suo predecessore non ha voluto o forse non ha potuto pronunciare, per l’anima di un uomo che era morto sotto le finestre da cui ogni settimana benediva le folle del mondo.
Avremmo voluto fare tutto questo, ma non volevamo sovrapporci all’iniziativa con cui, a Roma, verrà ricordata la morte di Alfredo.
Per questo motivo, unendoci idealmente a quanti parteciperanno alle iniziative promosse dall’Arcigay, abbiamo pensato di riflettere insieme a due testimoni della vita omosessuale milanese su un libro che costituisce una sorta di presentazione dell’omosessualità così come è vista e vissuta dalla comunità GLBT italiana.
E insieme a Paolo Pedote a Luca Valeriano, vedremo di inserire la voce Alfredo Ormando, tra le atre 150 che Daniele Del Pozzo e Luca Scarlini hanno scelto di affrontare nella loro guida.
Lettera aperta ad Alfredo Ormando a dieci anni dal suo gesto disperato di Gianni Geraci del Guado di Milano del 13 gennaio 2008
Caro Alfredo,
sono passati dieci anni dal giorno in cui hai scelto di darti fuoco per protestare contro l’atteggiamento della Chiesa Cattolica nei confronti delle persone omosessuali. La notizia del tuo sacrificio venne ripresa dai giornali di tutto il Mondo, mentre il portavoce della sala stampa vaticana si affrettava a precisare che non c’era alcun legame tra il luogo che avevi scelto per morire e la tua presunta omosessualità.
Poi è arrivata la lettera che avevi spedito a Repubblica, poco prima di prendere il treno che, da Palermo, ti avrebbe portato a Roma: sapevi che avrebbero fatto di tutto per togliere al tuo gesto qualunque significato che rimandasse alla stessa scelta, fatta esattamente 29 anni prima dallo studente cecoslovacco Jan Palach (che si era dato fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica del suo paese).
Loro però, quelli che comandano in Vaticano, hanno preferito chiudersi in un silenzio imbarazzato e, da allora, hanno evitato di affrontare quelle verità che tu, con il tuo gesto, volevi portare all’attenzione di tutti.
Quando, il 20 gennaio sei morto, dal Vaticano non è arrivata nessuna parola: Giovanni Paolo II e i suoi collaboratori, forse, erano troppo presi dall’udienza che avevano concesso agli artisti di un circo e erano più preoccupati, più ancora che della tua sorte, della sorte di un enorme pitone che, a detta dell’Osservatore Romano, era stato portato al cospetto di Sua Santità!
Da quando te ne sei andato sono cambiate molte cose: il papa di allora non c’è più e al suo posto ne abbiamo un altro che, in alcuni momenti del suo pontificato ha dato l’impressione di essere quasi ossessionato dalle conseguenze nefaste che, a suo dire, può avere l’accettazione delle persone omosessuali nella società. Le parole che ha detto su di noi ti avrebbero sicuramente indignato e offeso, così come hanno indignato e offeso decine di migliaia di omosessuali credenti in tutto il mondo.
Anche i gay italiani sono cambiati. Molti hanno iniziato a scendere in piazza durante i Gay Pride: un mare di persone che, facendosi forti della folla che le circonda, trovava finalmente il coraggio di non nascondere più la propria omosessualità.
Altri hanno ripreso a consderarsi dei malati, ammirano profondamente questo nuovo papa (sarà perché quando è bardato di tutto punto per i pontificali assomiglia più a Platinette che al suo predecessore), affermano in continuazione di vivere una continenza che in realtà non praticano e, quando non sono controllati da nessuno, ricercano una promiscuità che, a parole, aborriscono.
Come sai non è questo un atteggiamento inedito all’interno della nostra povera Chiesa. Qualcuno ha addirittura cercato di formalizzarlo in quella massima che recita “nisi caste, saltem caute” (“se non puoi essere casto, almeno cerca di vivere la tua trasgressione di nascosto”) e che circola in molti ambienti infestati dalle tonache di seta di certi ecclesiastici alla moda.
Più in generale è cambiata è la nostra società. Si sta diffondendo un clima di paura che provoca una maggiore diffidenza nei confronti delle persone, che, come noi omosessuali, sono diverse: alla solidarietà si sta sostituendo la chiusura, all’accoglienza si sta sostituendo il rifiuto, alla comprensione si sta sostituendo la condanna. Alcuni politici che, non avendo valori propri, non si fanno scrupolo di cavalcare questi sentimenti negativi, strillano contro gli omosessuali che “distruggendo la famiglia distruggono la stessa società occidentale” e non si rendono conto che una società chiusa nei confronti delle diversità è una società avviata verso il declino.
Caro Alfredo! Tu, dieci anni fa, hai deciso di sacrificarti per chiedere alla Chiesa cattolica di aprire finalmente le sue porte alle persone omosessuali. A dieci anni di distanza quelle porte sono rimaste ancora ermeticamente chiuse ed è iniziata una vera e propria offensiva in cui non c’è più nessuna traccia di quella delicatezza e di quel rispetto di cui la Chiesa stessa parlava nel suo catechismo universale alla fine degli anni novanta. Si potrebbe quasi dire che il tuo gesto è stato inutile. Di certo fu un errore, perché, se non ti fossi ucciso in quella triste mattina di gennaio, adesso saresti ancora con noi a chiedere quello che tu speravi di ottenere con un gesto disperato. Ti dico questo perché abbiamo tanto bisogno di persone capaci di vivere senza ipocrisie la loro omosessualità: tra queste ci saresti stato anche tu e il tuo contributo sarebbe stato, di sicuro, importante.
Ho finito, caro Alfredo, questa lettera troppo lunga. Mi raccomando, dal Paradiso, prega per tutti gli omosessuali italiani e, in particolare, per gli omosessuali credenti: chiedi al Signore di dare loro il coraggio di superare qualunque ipocrisia e di chiedere finalmente alla Chiesa di non chiudere le porte in faccia a quell’icona di Cristo che ciascuno di loro rappresenta. Noi, nei prossimi giorni, pregheremo per te e ci raccoglieremo il prossimo 4 aprile per ricordare, insieme a te, le tante vite che l’omofobia ha spezzato.
Tuo in Cristo.
Una breve commento di Piero Montana, studioso della vita e delle opere di Alfredo Ormando
Caro Sarubbi, grazie per la segnalazione. Ho letto attentamente la lettera di Geraci, che mi sembra bellissima e toccante in molti dei suoi passi. Da questa lettera mi è di conforto constatare Che Ormando è ancora vivo tra noi, che il suo ultimo gesto di protesta estrema,inaudita, per quanto problematico, possa gettare ancora luce sulle tenebre di una ipocrita e repressiva morale vaticana. Fai sapere a Geraci che condivido in pieno le sue idee.
In tutto quello che ho scritto su Ormando non ho mai cercato di idealizzare la sua figura, di ritrarre il personaggio come un eroe o un martire bensì come un uomo con le sue debolezze, la sua sensibilità scoperta, la sua fragilità che ne hanno fatto una vittima dell’omofobia vaticana e del dominante pregiudizio antigay della società.
A distanza di dieci anni la fine davvero straziante dello scrittore nisseno continua ad addolorarmi tantissimo. Nel ricordare Ormando il mio impegno è quello utopico di una società in cui gli omosessuali non siano più vittime di uno stigma doloroso e sanguinante, per tale motivo mi sono pure adoperato affinché tutte le opere edite ed inedite dello scrittore nisseno venissero custodite presso la Civica
Biblioteca F. Scaduto di Bagheria. In queste opere infatti ci sono pagine ineguagliabili di denuncia di quella violenza ed intolleranza quotidiana del pregiudizio antigay che andrebbero senz’altro pubblicate per il loro grande valore sociale.
Un esempio di tale denuncia l’ho fornito l’anno scorso con la pubblicazione online di brani scelti dalle sue ultime drammatiche lettere scritte per i posteri.
Un film su Alfredo Ormando? di Daniele Scalise su L’Espresso del 12 Gennaio 2002
La storia di Alfredo Ormando, gay siciliano che si diede fuoco in piazza San Pietro quattro anni fa, diventa un film. A girarlo è l’americano Andy Wilson. Che qui racconta il suo progetto
Il trentanovenne Alfredo Ormando arrivò a Roma all’alba di quattro anni fa. Era il 13 gennaio 1998 e Alfredo aveva iniziato il suo viaggio la notte prima a Palermo, dove viveva facendo lo scrittore e ormai prossimo alla laurea in lettere moderne. Zainetto sulle spalle, quella mattina raggiunse le strade deserte che portano alla grande piazza di San Pietro. Davanti alle statue di San Pietro e Paolo, di fronte all’entrata della basilica, si inginocchiò quasi volesse pregare. All’improvviso fece un rapido gesto con la mano e subito, come in una visione orrenda, fu avvolto dalle fiamme. Davanti alla Chiesa e al mondo intero, Alfredo Ormando si era dato fuoco con un fiammifero e una piccola tanica di benzina. Le sue ultime parole prima di perdere coscienza furono: «Non sono nemmeno riuscito ad ammazzarmi!».
Alfredo Ormando era gay. Nato nella piccola cittadina siciliana di San Cataldo, aveva vissuto estraniato rispetto alla famiglia piccolo-borghese e alle rigide convenzioni morali e machiste del Sud. La sua storia straziante è stata raccolta dal produttore-regista americano Andy Wilson nel documentario Alfredo’s fire. Wilson, che è un filmmaker indipendente, ha studiato all’Università di Firenze, ha ricevuto una laurea alla Northwestern University e una specializzazione in Antropologia Sociale e Cinema all’University of Southern California. Tra i suoi lavori troviamo Bubbeh Lee & Me and Hope is the Thing with Feathers ora trasmesso sul Canale Sundance della tv americana.
Lei sta lavorando alla realizzazione di un documentario sulla vita e la morte di Alfredo Ormando. Cosa l’ha portata a scegliere questo argomento? Come è arrivato alla storia tragica di un gay siciliano che si lascia morire bruciato a piazza San Pietro?
Ne avevo sentito parlare da un amico italiano e non attraverso la stampa. Rimasi subito colpito dal fatto che la stampa americana non avesse riportato il fatto nelle prime pagine. Si trattava forse di una cospirazione del silenzio? Ancora una volta avevo l’impressione che la vita – e la morte – di un gay fosse destinata a rimanere invisibile. Ne rimasi molto intrigato. Chi era quella persona? Che cosa l’aveva motivata? Era un santo, un peccatore o un’anima persa? Rimasi anche profondamente commosso dal simbolismo inerente all’azione di Alfredo, un’espressione della realtà di gay e lesbiche in tutto il mondo: un fuoco acceso e spento, una passione e una rabbia represse, un auto-annichilimento, una purificazione, un ‘coming out’ e, cosa più importante, una comunione spirituale finale negata in modo così enfatico dalle istituzioni religiose. Il fuoco di Alfredo rappresentava gli effetti della violenza spirituale e della repressione e il seme della speranza e della possibilità: venir fuori, esser visti, essere una fiamma in questo mondo. Tristemente fu solo con la sua morte che Alfredo avrebbe compiuto il suo gesto trionfale. La sua storia è un messaggio e un monito che spiegano come la violenza sociale e spirituale distruggano le vite dei gay e delle lesbiche, e che la sola panacea – naturalmente in senso figurato – è darsi fuoco.
Durante le sue ricerche cosa ha capito di quella storia? Come ha ricostruito la personalità di Alfredo?
Essendo gay, essendo venuto da radici contadine, non essendo attraente secondo gli standard comuni, avendo uno scarso successo come scrittore, non riuscendo a far udire la propria riflessione al Dio cattolico, in questa società Alfredo si sentiva un perseguitato. La sua individualità e la sua ambizione non avevano trovato terreno fertile in Sicilia. La sua profonda fedeltà alla famiglia e all’onore ironicamente gli impedivano di liberarsi e forgiare la propria identità, almeno psicologicamente. Con mia grande sorpresa ciò che ho imparato non è tanto sulla natura dell’essere gay in questa società o specificatamente dell’essere gay in Sicilia, quanto la natura del sentirsi diverso nella società e le visioni distorte che la repressione e l’autorepressione generano. Ciò rende questa storia più universale: tutti noi abbiamo dentro di noi qualcosa che fi fa sentire immeritevoli, non riconosciuti, inespressi, non riflessi nel mondo che ci circonda. Le chiavi sono la compassione, la tolleranza e l’accettazione. Al di là della retorica, se le nostre religioni e famiglie non ci insegnano questo, siamo noi che dobbiamo insegnarlo a noi stessi.
Di chi pensa sia la responsabilità di quel che è avvenuto? La famiglia? la Chiesa cattolica? la provincia italiana?
La domanda è ricca ma ardua. Prima di tutto punto il dito contro la Chiesa e le istituzioni religiose di tutto il mondo la cui ‘morale’ condanna i gay e le lesbiche, e i cui riverberi hanno un’eco sulle famiglie e sulla società, in modo più o meno forte a seconda dei casi. Ma, sia pure in modo meno forte, è colpa anche dei gay che interiorizzano e distorcono questa moralità. E’ così che abbiamo le ‘dark room’ e il sesso anonimo ed è così che manteniamo nascosta la nostra intimità se non la nostra sessualità. Specialmente in Italia la forte enfasi che protegge la vita privata spesso maschera e perpetua una mancanza di auto-accettazione. Rifiutando le istituzioni religiose che ci rifiutano noi creiamo una religione del desiderio e le anime ne soffrono. Alfredo era alla mercè di queste realtà e tuttavia fu la sua mano che accese il fiammifero. Lui, come noi tutti, fu vittima e persecutore. Piuttosto dobbiamo essere biblicamente ‘fari di luce’, mostrare agli altri la strada. E’ questo un gran dono e anche una responsabilità.
Secondo lei Alfredo è un eroe o era un nevrotico disperato che non è riuscito a trovare una identità?
Per me non c’è poi molta differenza. Alfredo stesso aveva idealizzato gli artisti tragici come Van Gogh, Salgado e Ligabue. C’è una linea sottile che separa la sensibilità dalla nevrosi, come del resto ci può essere una linea sottile tra un eroe e un folle. Ognuno potrebbe trovare buoni argomenti per entrambe le ipotesi. Il punto è però un altro: l’auto-immolazione di Alfredo ha un riflesso al di là dell’autocompassione e del pathos? Io credo di sì. Il fatto che io, ebreo americano, stia facendo questo film e che lei, un giornalista italiano, mi stia facendo queste domande ne sono la prova.
Ha trovato difficoltà a realizzare il suo documentario?
Sfortunatamente, nonostante il fatto che sia importante raccontare la storia di Alfredo, il farlo è risultato molto difficile. I finanziatori americani sono piuttosto riluttanti a essere coinvolti in un’avventura straniera, specie se così ‘controversa’. Mentre sto finendo la produzione, c’è ancora molta strada da fare. Ai lettori italiani chiedo qualche cioccolatino ma sopratutto dei finanziamenti.