Per un pastore gay è importante imparare a essere se stessi
Testimoninaza pubblicata sul sito queer theology (USA), libera traduzione di Silvia Lanzi
Mi piace compiacere le persone, renderle felici. Odio il conflitto. Mi immedesimo facilmente nei sentimenti degli altri, a volte senza che dicano nemmeno una parola. Ho vissuto così la mia vita e mi sono detto che questo è un buon modo di essere un pastore ed un amico. Recentemente ho imparato che, per me, non è solo profondamente malsano vivere cosi, ma non va bene nemmeno per le persone per le quali esercito il mio ministero.
Così impostata, la mia vita ha un costo personale molto profondo. Ho passato anni a non dire la mia verità per non rattristare gli altri. Ho evitato di confrontarmi con le persone negative che mi potevano far del male, perché volevo, in vano, che fossero come me e fossero felici.
Mi sono impegnato in situazioni, relazioni e lavori molto, molto più di quanto fosse ragionevolmente sia sano, perché non volevo deludere nessuno. Ho passato un sacco di tempo rispondendo a domande inappropriate ed invasive, “lavorando” per gli altri. E pensavo che questo mi rendesse un buon pastore, un buon lavoratore, un buon insegnante, un buon amico, una buona persona.
Dopo tutto, avevo lavorato duro per rendere felice la gente e per fare il mio dovere. Dopo tutto ero stato sempre leale a prescindere da quanto mi costasse. Dopo tutto, era compito di un pastore confortare le persone e renderle felici. Dopo tutto, se non avessi educato le persone sul mondo trans, come l’avrebbero conosciuto? Dopo tutto, se non mi fossi fatto piacere tutti loro (anche se qualcuno è maligno e offensivo), come avrebbero saputo di dover cambiare?
Certamente, tutti questi “dopo tutto” qui sopra non sono veri. Questo comportamento non aiuta nessuno. Le mie paure, il mio evitare i conflitti, il mio rifiuto di mettere paletti, non aiuta nessuno. Sforzarmi con tutto me stesso di essere sempre carino, anche quando qualcuno mi insulta e mi ferisce, non aiuta né me, né lui. Non solo questo, ma il mio rifiuto di parlare chiaro su quello che mi riguarda, di mettere confini sia nella mia vita personale, che nella mia comunità, di dire la verità – anche se cruda – giustifica le persone nel continuare in comportamenti negativi e controproducenti.
Ecco le conseguenze di questi comportamenti nella mia vita. Mi ero sempre reso disponibile a tutti, non importava quanto fossi esaurito. Mi spaccavo la testa su ogni critica, anche quando sapevo che era completamente infondata. Ho passato ore a spiegarmi tentando di far capire agli altri le mie decisioni, anche se la prima volta ero stato chiaro.
Mi sono detto d’accordo ad incontrare persone anche quando non mi ero sentito al sicuro dell’effetto che avrei avuto su di loro. Mi sentivo come se dovessi dare il mio tempo e le mie attenzioni a chiunque me lo richiedesse. E quando ho detto la mia verità e sono stato respinto con argomenti inconcludenti ho cercato di soprassedere per non far arrabbiare nessuno. Ho cercato di modellare i miei comportamenti, le mie idee ecc… per renderle più gradevoli alle persone
Ho preso di peso le emozioni delle persone pensando di poterle assorbire. Mi credevo responsabile quando le persone reagivano rabbiosamente nei miei confronti e cercavo di capire cosa facessi di sbagliato. Ho ignorato le mie intuizioni sulle persone e ho dato loro una seconda, una terza, e persino una quarta possibilità, anche quando ho sentito sin dall’inizio, che erano persone negative (pensando che comunque fosse il dovere di ogni buon cristiano).
Ho ignorato le mie intuizioni su persone, situazioni e ambienti pericolosi per essere, almeno dal mio punto di vista, gentile e generoso. La lista potrebbe continuare…
Ho sottolineato queste cose perché penso mi abbiano fatto maturare, mi abbiano nobilitato e fatto diventare empatico oltre che un buon pastore, anche se mi hanno consumato impedendomi di sviluppare la mia vita spirituale e di far crescere maggiormente in modo positivo i ministeri in cui sono coinvolto.
Ne riconoscete qualcuna? Nella vostra vita c’è qualcuno di questi comportamenti?
Sto imparando che non posso gestire le emozioni delle persone al posto loro. Non posso fare in modo che vogliano star bene, né che vogliano crescere, cambiare, o investire nelle cose. Non posso controllare come risponderanno alla mia onestà o ai confini che ho posto.
Quel che posso fare è vivere onestamente e autenticamente. Posso mettere paletti e comunque rispettarli. Posso essere tenace nel mio impegno per la verità e il mio benessere spirituale, mentale e fisico. Posso impegnarmi nella mia crescita educativa. Posso essere una guida non ansiosa e con le mie peculiarità (devo ringraziare Edwin Friedman per questi concetti. Il suo libro A Failure of Nerve è brillante). Quel che posso fare è imparare e adoperarmi per districarmi dalle reazioni e dalle emozioni degli altri.
In questi giorni sto dando retta alle mie sensazioni più profonde. Sto dicendo “no” a persone e situazioni nocive. Sto mettendo paletti e mi ci sto attenendo. Dico la verità nell’amore e rifiuto di giustificarmi quando non è necessario. Mi rifiuto di essere risucchiato nelle spirali emotive delle altre persone.
Sto conoscendo le mie debolezze e ci sto lavorando con discrezione e con amici fidati, cosicché non prorompano negativamente nella mia comunità. Sto lontano dai “drammi a tutti i costi”. Sto imparando come dev’essere la salute emotiva nella mia vita e come posso evitare di essere trascinato in relazioni emotivamente nocive.
Sto dicendo “no” a molte persone e opportunità per potermi concentrare su opportunità e persone che per me sono positive e vitali, per le quali penso di poter fare la differenza.
Cosa potreste fare per uscire da questi modelli comportamentali?
Passate un po’ di tempo pensando a cosa vi trascina e vi lega a relazioni emotivamente nocive e a come potreste liberarvene (Per me, ad esempio, è la paura di non piacere).
Trovate amici fidati che vi possano aiutare ad andare oltre le critiche così da sapere cosa ascoltare e cosa no.
Quando succede qualcosa, concedetevi un po’ di tempo prima di rispondere. Non dovete a nessuno una risposta immediata.
Ascoltate le vostre sensazioni più profonde: se qualche situazione, o qualche persona, vi fanno sentire insicuri, potete sempre dire no.
Sappiate che nessuno ha diritto esclusivo al vostro tempo o alla vostra attenzione. Potete dire di no senza sentirvi colpevoli.
Sappiate che va bene mettere dei confini e attenervisi, chiedendo alle persone di rispettarli.
Evitate di sentirvi responsabili di come la gente reagisce con voi.
È difficile. È un lavoro interiore difficile. Va contro la mia natura che è quella di accontentare le persone. Significa che qualche volta le persone mi accuseranno malignamente (dicendo cioè che sono stupido, arrogante, stronzo e fanatico del controllo), quando in realtà mi sto solo impegnando per me stesso e lavorando sulla mia salute emotiva e sulla mia maturità. Tutto questo vuol dire che deluderò la gente e probabilmente la farò arrabbiare (cose che odio entrambe fare). Ma significa anche che sarò una guida migliore e più sana, meno esaurita, e più capace di affrontare il ministero a cui sono stato chiamato. Crescere è difficile e doloroso, ma sto imparando che ne vale davvero la pena.
Il vostro percorso potrebbe non essere precisamente uguale al mio: tutti abbiamo i nostri processi emotivi e i luoghi in cui sperimentiamo situazioni nocive, così come abbiamo bisogni differenti su come uscirne e sui confini da creare. Ma tutti dobbiamo lavorare per essere persone complete e sane e proteggere i nostri cuori e le nostre menti mentre ci muoviamo nel mondo.
Fare ciò equivale ad essere consapevoli delle proprie potenzialità; per definire se stessi; per mettere paletti che ci facciano sentire rispettati; per proteggere noi stessi. E voi, dove avete bisogno di far sentire la vostra voce?
Testo originale: Standing up for yourself is a form of justice work