Amare Dio, amare sé, amarsi l’un l’altro

La scorsa notte, ho iniziato la lettura di «Dio ha fatto un sogno» di Desmond Tutu (Dieu fait un rêve, Editeur Desclée De Brouwer, 2008). La prima cosa particolare che mi viene in mente è che ieri, al culto, il Pastore ha commentato durante la sua predicazione la parabola del ”Figliol prodigo” e ci ha anche parlato della Parabola dei Talenti.
Qualcosa mi teneva legato a quello che stava dicendo, ma riuscivo con fatica a delineare i contorni che questa parabola, che spesso ho ascoltato, mi riportava alla mente. Quando ho iniziato il libro di Monsignor Tutu, ancora una volta questa parabola è ritornata sotto i miei occhi, ed in meno di ora vi ho trovato la risposta, ad una preghiera, che avevo scritto a Dio già da un po’ di tempo.
(Ebbene sì! Scrivo a volte a Dio sotto forma di diario ed è il mio modo di meditare, di riflettere e di pregare). IIl libro dell’arcivescovo Tutu parla molto d’inclusività in senso ampio, di amore per se e per gli altri.
Fa piacere leggere questi passaggi che voglio condividere con voi, soprattutto se scritti da parte di un membro del clero africano, in seno all’anglicanesimo, così diviso sulla questione omosessuale.
«Nella famiglia di Dio, non c’è lo straniero. Tutti fanno parte della casa. Bianchi e neri, ricchi e poveri, omosessuali ed eterosessuali, Ebrei ed Arabi, Palestinesi ed Israeliani, cattolici romani e protestanti, Serbi ed Albanesi, Hutu e Tutsi, mussulmani e cristiani, buddisti ed indù, pakistani ed indiani, tutti hanno il loro posto».
Questo libro, fin dove ho letto fino ad ora, parla molto d’amore, di odio e di perdono. E’ un momento di freschezza per il mio cuore che non riesce sempre a perdonare.
E’ anche un invito a ricordarmi che l’amore di Dio è gratuito e che devo imparare ad amare quello che sono come Dio mi ama per quel che sono.
«Quando cominciamo a capire che Dio ci ama con la nostra debolezza, con la nostra vulnerabilità, con i nostri fallimenti, possiamo cominciare ad accettarli come una parte inevitabile della nostra esistenza. Possiamo amare gli altri – con i loro fallimenti – quando noi smettiamo di disprezzare noi stessi per i nostri.
Noi possiamo cominciare ad avere comprensione per noi stessi ed a capire che perfino il nostro peccato è il nostro modo di mutare in fatti la nostra stessa sofferenza. Poi possiamo comprendere che il peccato degli altri è il loro modo di mutare in fatti la loro sofferenza».
Questo amore è il bene che genera sempre il trionfo sull’odio e sul male, ma per essere veramente compagni di Dio nella trasfigurazione del mondo e contribuire al trionfo dell’amore sull’odio, del bene sul male, devi prima di tutto capire che , se sei forte perché Dio ti ama , egli allo stesso modo ama i tuoi nemici»