Di fronte al pregiudizio bisogna avere fede nell’amore

L’elezione, due mesi fa, del reverendo Mary Glasspool, sacerdote impegnata in una relazione stabile con un’altra donna per più di 20 anni, alla carica di vescovo suffraganeo (vescovo assistente) della diocesi episcopale di Los Angeles, ha portato ulteriore scompiglio nella Chiesa episcopale degli Stati Uniti e nella Comunità anglicana di tutto il mondo.
Diverse dozzine di parrocchie in protesta si sono allineate ai vescovi anglicani conservatori in Africa, e la Chiesa cattolica romana si è offerta di accogliere gli episcopaliani disillusi.
Nel 2008 la leadership della Comunità anglicana, a cui appartiene la Chiesa americana, ha cercato di tenere saldamente insieme i diversi pezzi, esortando gli americani a non eleggere come vescovi altre persone apertamente gay finché la Comunità non fosse riuscita a trovare maggiore terreno comune.
La scelta d’una donna gay in veste di vescovo, fatta degli elettori di Los Angeles, si è spinta così tanto contro i limiti ideologici della denominazione da arrivare quasi a distruggerli. L’elezione della Glasspool e il tumulto che ne è conseguito mi fanno capire quanto sia cambiato dal 1976, anno in cui mio padre, che arrivò alla diocesi di Los Angeles come prete nel 1947, morì.
La più grande controversia interna alla chiesa, nel corso del suo servizio, riguardò proposte di revisione al libro della preghiera comune del 1928.
A quel tempo il matrimonio era una cosa che riguardava solamente Adamo ed Eva. I gay rimanevano nascosti, sia che fossero parte della congregazione che del clero esclusivamente maschile.
Fino al 1971, anno in cui per la prima volta le donne furono ordinate diacono, la posizione più alta che una donna potesse raggiungere era diventare membro della sacrestia, il gruppo formato per elezione che gestisce gli affari della parrocchia.
Ma anche questa non era una cosa comune; solitamente la donna con il grado più elevato all’interno della parrocchia era il capo della corporazione dell’altare, che si occupa dei fiori presenti nella chiesa, dispone i contenitori per l’Eucaristia e lava e stira la biancheria usata durante il servizio.
Le donne non potevano essere sacerdoti perché – in conformità con un ragionamento rimasto valido per due millenni – nessuno degli apostoli era una donna.
Dire questo aveva esattamente lo stesso senso che dire che, visto che nessuno degli apostoli era uno studioso, allora gli studiosi non potevano essere sacerdoti, o che dal momento che tutti gli apostoli erano ebrei, solo gli ebrei potevano essere ordinati.
Nel 1977, per un articolo dell’Esquire, intervistai uno dei controversi nuovi sacerdoti, il Reverendo Carol Anderson, e pensai che fosse semplicemente meravigliosa. 12 anni dopo, vuoi per coincidenza vuoi per un cenno della mano di Dio, arrivò come nuovo rettore della mia parrocchia nominale, la “All Saints’” di Beverly Hills, e nel corso del tempo siamo diventati grandi amici. Ed ora il vescovo che presiede alla Chiesa episcopale è una donna, Katharine Jefferts Schori.
Questi cambiamenti non si presentarono finché non fui sulla trentina d’anni. Sono sempre stato profondamente devoto, chierichetto dall’età di 6 anni, dapprima un regolare frequentatore dei campi per ragazzi organizzati dalla chiesa e in seguito membro dello staff estivo, e vice-presidente e poi presidente del gruppo di giovani credenti episcopali della nostra diocesi.
Ho frequentato l’Hobart College a Geneva, nello stato di New York, che è affiliato alla Chiesa episcopale, pagando una parte della mia retta grazie ad una borsa di studio del clero. Fino ai vent’anni inoltrati ho preso regolarmente in considerazione l’idea di farmi prete.
Ho avuto un buon modello in mio padre, un uomo di immenso senso dell’umorismo che comprendeva le fragilità dell’uomo e che ogni anno sfidava la sua fede leggendo testi di agnostici, da Thomas Huxley a Gorge Bernard Shaw.
Era un solido difensore dell’ortodossia anglicana e del ruolo di guida del Nuovo Testamento, ma credeva anche che ogni pezzetto dell’insegnamento cristiano potesse essere riassunto in 3 parole: Dio è amore. “I miracoli”, mi disse una volta, “sono un addobbo per vetrine”.
Amore. Tratta gli altri come vorresti che gli altri trattassero te. Se senti di essere un figlio di Dio, allora onora il tuo stato, che è comune ed eguale a quello degli altri, in quanto figli di Dio.
Eccezion fatta (e ci sono sempre eccezioni quando si tratta di rivalità tra fratelli) se gli “altri” in questione sono donne e quindi non qualificate per adempiere ai sacramenti più sacri della Chiesa.
Eccezion fatta se 2 persone dello stesso sesso si impegnano in un amore durevole, stabile e fedele; Dio potrà anche essere amore, ma questo amore è empio.
Date solo un’occhiata, dicono alcuni cristiani scrupolosi, al “chiaro insegnamento” che si trova nella prima lettera ai Corinzi, 6:9-10 (“Né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio”); nella prima lettera a Timoteo 1:9-11 (“La legge…è fatta…per gli empi e i peccatori… per gli assassini, i fornicatori, i sodomiti, i trafficanti di uomini, i falsi, gli spergiuri e per ogni altra cosa che è contraria alla sana dottrina, secondo il vangelo della gloria del beato Dio”); e specialmente nella lettera ai Romani 1:26b-27 (“le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura.
Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento”)
So che questo offenderà alcuni cristiani, ma l’idea che le Scritture siano perfettamente chiare è un’illusione, come dimostra un recente libro bianco preparato dal clero della parrocchia di All Saints’. Gli scrittori dei 4 Vangeli non concordano nemmeno nei riguardi di una cosa così semplice come chi fossero le persone presenti dinanzi alla tomba vuota di Cristo.
Considerato che, nel corso dei secoli, la Bibbia è stata tradotta in, e da, molteplici lingue, l’unica cosa che ha senso è prendere in considerazione il contesto di ciò che è scritto, piuttosto che vedere in ogni parola una letterale rivelazione divina.
Rifiutando l’idea di un chiaro insegnamento delle Scritture, l’autore e oratore evangelico Tony Campolo ha affermato che “sodomiti” è una parola di dubbia traduzione.
“Nessuno sa cosa significhi questa parola,” ha detto. “E’ abbastanza interessante sapere come fino al 14° secolo sia stata tradotta con ‘masturbazione’”.
Il riferimento ai sodomiti della prima lettera a Timoteo, in questo caso, è inserita in un contesto che fa riferimento a ragazzi che venivano castrati per mantenere le proprie caratteristiche femminili e fanciullesche e per venire poi sfruttati sessualmente – tutt’altra cosa rispetto a due adulti consenzienti dello stesso sesso che consumano il proprio amore.
Oggi si fa abbastanza riferimento al supposto insegnamento cristiano secondo cui il matrimonio è un sacramento tra uomo e donna, ma in realtà per la Chiesa occidentale il matrimonio è diventato un sacramento soltanto nel 12° secolo.
Il sesso, tuttavia, è sempre stata una problematica particolarmente cristiana. Agli ebrei ortodossi si impone di sposarsi, ma ai primi cristiani il celibato appariva come una vocazione elevata.
San Paolo scrive, nella prima lettera ai Corinzi, 7, di sperare che tutti i cristiani possano rimanere soli e celibi, come ha fatto lui. Tuttavia sapeva che non tutti ne erano in grado e quindi aggiunge, “ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere”.
Meno citato di questo è il consiglio che, in un punto precedente dello stesso passaggio, dice: “Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro”.
“Chi in un modo, chi in un altro” è una definizione decisamente buona dell’umanità in tutta la nostra varietà, e dal mio punto di vista questo passaggio spiega il nocciolo della questione, il fatto che due persone, gay o etero, si impegnano l’una con l’altra davanti agli occhi di Dio, che capisce le differenze umane.
Un principio centrale della cristianità è che tutti noi siamo nati nel peccato. Poi, crescendo, decidiamo che alcuni dei nostri eguali peccano più di altri, e in modi di gran lunga peggiori dei nostri.
Noi interpretiamo la parola di Dio così da poter dire che le azioni che non ci piacciono negli altri – cosa mangiano, come pregano, di chi si innamorano – sono un abominio ai suoi occhi, come se potessimo permetterci di decidere a nostro modo cosa faccia piacere a Dio, e di conseguenza quali atti dovrebbero essere esclusi e quali persone possiamo giudicare e dannare in suo nome.
L’esclusione sembra sempre diventare parte della fede di certe persone, anche se spesso, con il passare del tempo, quello che prima era escluso viene accettato, solamente per essere sostituito da un altro divieto: le persone di una denominazione non possono sposare quelle che fanno parte di un’altra; le persone di un colore non possono sposare quelle di un altro.
Tra i parrocchiani di mio padre negli anni ’50 c’erano due uomini sulla tarda quarantina che venivano ogni domenica alla comunione delle 7.30, e che abitavano insieme. I miei genitori si riferivano a loro chiamandoli “scapoli impenitenti”, parole in codice per l’amore che non osava dire il suo nome.
Erano uomini gentili e pacifici, che avevano un qualche legame personale e speciale, evidente anche agli occhi di un bambino di 10 anni.
Sono sicuro che fossero impegnati in una relazione stabile e affettuosa che la Chiesa all’epoca non avrebbe riconosciuto, o benedetto, ma finché si fosse continuato a fingere che si trattava di due persone che solo per caso abitavano insieme, avrebbero continuato ad essere accettati e ad essere ritenuti membri della congregazione.
Questa, ovviamente, era una buona intenzione, ma anche ipocrita. Ora una moltitudine di parrocchie di tutto il paese accoglierebbe questa coppia a braccia aperte.
La mia fede personale si è erosa nel corso degli anni, anche se il credo di mio padre nella supremazia dell’amore mi guida ancora.
E quindi non riesco ad evitare di chiedermi come i cristiani non possano riconoscere e onorare l’amore che unisce insieme due persone, due persone qualunque.
E se un sacerdote ha realizzato i suoi sacri doveri con una distinzione tale da persuadere i fedeli ad eleggerla come loro vescovo, ed ha condotto, alla luce del sole, una vita d’amore devoto che onora l’essenza del loro Dio, perché mai la sua scelta di una partner dovrebbe importare?
Testo originale: Have Faith in Love