
Testimonianza di Rosa Salamone del
gruppo Varco-Refo di Milano
La mia idea è che non sono stata io a scegliere Dio, ma proprio il contrario. Spesso, parlo con atei e laici, persone che a me stanno molto simpatiche. Alcuni di loro considerano la fede una sorta di scelta, cioè l’atteggiamento di chi avendo paura dell’universo, e della fine che il creato ci riserva, sceglie deliberatamente di rifugiarsi nella fede.
Non tutti la vedono così, ma in generale è questa l’idea. Molti di loro mi domandano: “Perché credi?”.
Ora, la mia esperienza è che io non ho scelto affatto di credere in Dio né di averlo nella mia vita, fosse stato per me mi sarei sbarazzata di questa scomoda presenza moltissime volte e senza troppi riguardi. Per me credere è come essere nata bianca, donna o lesbica.
Non c’è mai stata una reale scelta da parte mia in tutto questo. Inoltre, come venezuelana ho dovuto disimparare tante cose della cultura occidentale prima di approdare ad una reale intimità con Dio.
Questa è un’altra cosa che, chi non ci passa, non può davvero crederci. Cosa c’entra tutto questo? Il punto è che io sono venuta a vivere in Italia all’età di cinque anni, mentre il resto della mia famiglia è rimasta in Venezuela.
La prima cosa che ho dovuto imparare è stato a mettermi le scarpe. Sembra naturale, ma per chi non ci è abituato è una reale sofferenza. Anche il concetto di “spazio” in occidente è molto diverso dal nostro. In Italia, come nel resto d’Europa, vale molto la misura architettonica del “dentro/fuori”.
Per esempio, c’è una casa, una fabbrica, un ospedale con degli spazi interni e poi il paesaggio con i suoi paesaggi esterni. Per noi non è così. Le nostre abitazioni si aprono all’esterno in un abbraccio grazie a porticati, porte finestre, porte sempre spalancate, cancelli in ferro battuto che non nascondono mai il paesaggio che sta fuori. La natura ci entra in casa con lucertole, rane, grilli, gatti, cani, scimmie e iguane.
Inoltre non si può mai stabilire concretamente il limite reale di una casa. Mia madre, quando lava e rassetta, pulisce anche il giardino, poi anche un pezzo della strada che corre davanti la nostra casa. Quando sono arrivata qui, prima la famiglia delle sorelle di mio padre poi la scuola hanno fatto un repulisti generale di quella che era stata la mia educazione fino ad allora.
Il risultato è che io ho imparato a diffidare di me stessa e del mio istinto. Mi è stata impartita una cultura occidentale, poi sono andata all’università ma senza mai togliermi l’idea che stessi vivendo in un mondo di pazzi totalmente estraneo al mio modo di sentire. Ecco, se posso usare una metafora, camminavo con delle scarpe strette che mi facevano molto male ai piedi. Sono stata privata di molte cose, del mio modo di conoscere gli altri tanto per citare un caso.
In Venezuela, per esempio, è molto naturale sfiorarci e toccarci quando conosciamo qualcuno. In Italia, invece, persino i termini che si riferiscono all’uso delle mani sono negativi: dal violento “usare le mani” al pruriginoso “toccarsi”.
Noi ci tocchiamo continuamente al contrario, non lo fanno solo i bambini, perché è il nostro modo di entrare in contatto con gli altri, di stabilire una relazione più autentica con loro. Ci tocchiamo le braccia, ci stringiamo le mani, ci accarezziamo il viso e non solo quando ci salutiamo, ma continuamente e in qualunque occasione.
E’ un popolo triste un popolo che si sfiora solo in situazioni socialmente codificate o perché si trova in determinate relazioni tipo mamma/figlio e compagno/compagna. E’ un popolo che impara a diffidare del proprio corpo, che non lo sente più. E’ un immenso patrimonio di fisicità e conoscenza sensuale perduto. Ho dovuto lavorare molto in questo senso per recuperare la mia vera identità e gli strumenti della conoscenza che più mi sono naturali.
Sotto questo aspetto per me è stato molto importante andare in terapia e studiare il femminismo. So che è molto difficile per un occidentale capire ciò che sto dicendo, ma quando conosco una persona io mi lascio guidare molto dall’olfatto, dal tatto e dalla vista.
C‘è un reale spazio bianco, all’inizio della mia conoscenza con l’altro, in cui io ignoro totalmente le sue parole e mi concentro sul suo modo di gestire il corpo quando mangia o attraversa la strada, sull’odore peculiare che emana dal suo corpo, sul calore o la freddezza della sua pelle.
Anche il tempo, persino il calcolo degli anni è diverso dalle nostre parti. Per noi c’è una sola, splendida stagione: l’estate. Interrotta da violenti acquazzoni, da improvvise tormente e nubifragi. Ma c’è l’estate. Il tempo è una ruota infinita che gira su se stessa, uguale e senza interruzioni. “Cent’anni di solitudine” è un libro che poteva nascere solo dalle nostre parti.
Questo spiega perchè per noi la morte non costituisce mai la fine di ogni cosa. Non voglio dire che la morte per noi, a differenza degli altri esseri umani, non è devastante. È devastante, è tragica, ma mi verrebbe da dire non così come lo è da queste parti.
La morte è solo una fase della vita, così come lo è la nascita, la crescita, la vecchiaia. Poi si ricomincia daccapo, da qualche altra parte e sotto qualche altra forma. Nelle religioni degli indigeni ci reincarniamo, trasmigriamo nel corpo di qualche animale o pianta, ritorniamo a far parte dello spirito della foresta; nella religione dei misti, cioè di coloro che sono nati dall’incrocio di negri, indigeni e bianchi, diventiamo esseri che continuano a visitare le case dei loro cari.
Possiamo evocare i morti, parlare con loro, rivolgergli domande che non abbiamo mai osato formulare in vita. Anche qui, è difficile dire qual è il confine tra la vita e la morte, come con le case è arduo capire cosa vive fuori e cosa dentro le nostre stanze.
Una delle esperienze più belle che faccio quando vado in Venezuela è quella di vedere spesso la mia camera, di notte, piena di lucciole. Decine di fiammelle all’improvviso si accendono e iniziano a danzare nell’aria della sera. E’ bello, ma ogni volta devo imparare a non averne timore. Il mio cammino, quindi, ha comportato un continuo riappropriarmi della mia natura. Altrimenti, devo dire, diventavo matta.
A volte, mi sembra che molte delle malattie dello spirito così tipiche tra gli occidentali vengano dalla pretesa di fermare il tempo. Ci sono esseri umani che soffrono per tutta la vita per cose accadute dieci anni prima. Ci sono persone che vogliono vivere sempre da innamorate e con la passione dei primi giorni. Ce ne sono altri che invecchiano precocemente perché non accettano che qualcuno vada via dalla loro vita, altri che sono vecchi e vanno in giro travestiti da giovani.
Io penso che in Venezuela non c’è peccato più grande di quello di chi non rispetta il tempo e non lo lascia trascorrere dolcemente tra le sue mani accettando il dolore e la gioia, la vita e la morte, la nascita e la decadenza come parte di un unico sentire.
Questa idea, che non esista una frontiera netta e precisa tra le cose, mi ha aiutato molto quando ho scoperto di essere lesbica. Ho capito di essere una straniera anche nella sessualità, ma poiché l’esperienza della estraneità non mi era nuova, non ho sofferto come altri soffrono normalmente quando prendono coscienza di questa parte della loro natura. La sofferenza mi è venuta dal “ costruito” altrui.
Cioè da quella sovrastruttura di pregiudizi e idee che impediscono il corso naturale della vita. Un esempio che vorrei fare a riguardo perché risulti chiaro ciò che dico è che in Venezuela noi mangiamo quando abbiamo fame. Non a degli orari precisi.
L’idea che di solito si scatena nella mente di un occidentale quando dico questa cosa qui è pressappoco: “Aiuto, chissà che disordine in cucina, che caos con gli orari, che confusione con il lavoro”.
Insomma, l’anarchia dei pasti. No, il risultato non è affatto l’anarchia. Il risultato è una fascia oraria dedicata ai pasti di solito più ampia della nostra, tutto qui, che va dalle nove a mezzogiorno, dalle cinque alle alle nove di sera, perché anche lo stomaco alla fine è un pantofolaio pazzesco sempre pronto a creare abitudini precise.
Il risultato di lasciare libero il proprio corpo, sempre nel rispetto di se stessi e degli altri, non è mai l’anarchia, è piuttosto l’espansione, l’allegria, il divertimento e la gioia. Perché si fanno le cose quando uno si sente di farle, non perché gli altri glielo impongono. Conosco coniugi che pur vivendo nella stessa casa mangiano a orari diversi. E così fratelli, sorelle, mamme e papà.
Questo è magari impensabile per noi, ma per i venezuelani non c’è affatto nulla di male. La gente trova migliaia di altri presesti per stare insieme e chiacchierare. Inoltre, il peccato non è un’idea così radicata in Venezuela come lo è nella cultura occidentale. Il vero peccato consiste per noi nel non seguire il nostro cuore.
Ecco, anche questo è stato importante come concetto da ribaltare per me. Nulla di più inaffidabile del cuore si dice nelle culture occidentali. Il cuore, è l’opinione generale, se lo lasci fare ti distrugge, ti inganna, ti illude, ti destabilizza e ti porta ad una sicura morte. Quindi meglio usare la testa, calibrare, razionalizzare, analizzare con cura e passare il tutto al vaglio del pensiero.
Io credo che tutto mi abbia ingannato in questa vita, tutto meno il cuore e questa parte così nobile di me. Il cuore, invece, con la sua esperienza di istinti, sensazioni, intuizioni geniali e spesso profetiche devo dire, ha saputo benissimo e in ogni momento in quale guai mi stavo cacciando. Non averlo ascoltato è stato il vero danno.
Non averlo ascoltato perché così mi avevano insegnato. La prima cosa che impari del cuore è che ha un tempo preciso pure lui. E’ fatto di attese e sospensioni, di lunghe pause ma anche di fortissime pretese. Spesso formula per te pensieri che non riesci a comprendere sul momento, ma che capirai solo decine di anni dopo. Trasforma i tuoi difetti nelle tue maggiori virtù.
La mia esperienza personale me lo insegna. Per molto tempo, infatti, io ho cercato una compagna nella mia vita più per paura della solitudine fisica che per vero senso dell’amore. La solitudine fisica è quella situazione particolare per cui non sopporti stanze vuote, telefoni che non squillano, cene con un solo piatto e letti ad una piazza. E così ti cerchi le compagne più pazzesche, disiquilibrate e fuori di testa.
In anni di terapia, ho combattuto strenuamente contro quello che consideravo il peggiore rischio della mia vita e di conseguenza in quella delle altre. Ogni sforzo, ogni lotta è risultata inutile. Ho speso milioni di energie perché andavo contro l’istinto del mio cuore che mi imponeva invece di cercare gli altri.
Quando sono cambiate le cose? Quando mi sono, paradossalmente, arresa al mio cuore. Quando ho capito che il mio peggiore difetto in realtà era la mia migliore virtù. La mia solitudine fisica nasceva da un continuo bisogno non di essere amata da qualcuna, ma di amare qualcuna.
E quando ho capito di potere amare senza bisogno di avere nessuna al mio fianco, che l’impulso a dare e a regalarsi non è mai proporzionato a ciò che ricevi, bene io sono diventata una donna più libera e di certo meno timorosa.
Libera, perché nessuna situazione, nessuna donna o uomo può portarti via il desiderio di amare e di fare del bene. Oggi, non ho più paura di vivere da sola. E’ la mia più grande conquista.
Ne sono davvero orgogliosa. Vivo nella mia casa abitata da piante e animali, dove cerco di ricreare spazi più ampi. Più venezuelani. Dove non c’è mai un confine tra il dentro e il fuori, tra il prima e il dopo, tra chi ama da etero e chi da omosessuale, tra donna e uomo, tra il cuore e la ragione, tra il Venezuela e l’Italia.
La mia casa è una sorta di porto di mare, dove alcune persone approdano per un po’ e poi ripartono, dove qualcuno si siede solo per un giorno, altri vanno e vengono continuamente lungo il corso degli anni. Fa’ un pò famiglia allargata come in Venezuela, dove i gruppi parentali contano decine di zie, di nipoti legittimi, di cugini illegittimi, di figli adottati perché raccolti dalla strada senza tanto bisogno di chiedere il permesso a nessuno.
Perché un’altra cosa che gli eterosessuali non capiscono degli omosessuali, è che noi possiamo avere amici come chiunque. Si pensa che tutte le nostre relazioni siano malate e pervase da uno scopo sessuale. E’ una sorta di mania riduttiva. Cioè, non è che io da lesbica quando vedo una donna la prima cosa a cui penso è di averci una relazione sentimentale.
Ho amiche etero da trenta anni. Ho amici etero e gay in ogni parte d’Italia. Ho amici trans, bisessuali, casti e lesbiche. Ecco, a volte non so cosa sia più offensivo se sentirmi dire che amare una donna in quanto donna è sbagliato, oppure che non riesco ad amare una donna da amica. Come se anche l’amicizia fosse patrimonio esclusivo degli etero.
Nel mio caso specifico, posso dire che questa è un’assurdità, pericolosa come il dire che gli omosessuali non sono capaci di amare. Spero si finisca presto di pensare così. Secondo me il mondo sarà migliore quando si smetterà di credere che solo gli etero hanno il monopolio esclusivo dell’amicizia e dell’amore.
Quando capiremo che il cuore non è fatto da stanze e scompartimenti stagni, ma un’immensa foresta popolata dai fiori più bizzarri, dagli animali più strani, proprio come accade nella foresta meravigliosa delle mie terre. Mi rimane da dire perché ho scelto di essere valdese e perché io così passionale mi sia convertita ad una comunità di solito considerata molto fredda e ieratica.
Innanzitutto, perché è più frequente vedere i valdesi schierati al lato degli oppressi e degli emarginati più che da quello degli oppressori. Poi una comunità protestante che riesce a rimanere tale nella terra più cattolica dell’universo mondo faceva molto storia di grandi ribelli, molto storia simile alla mia per questa battaglia di restare se stessi nelle proprie radici più profonde. Poi le loro aperture verso la comunità omosessuale, l’idea della chiesa sempre da riformare, Lutero e la Riforma.
Ma credo che il motivo che più mi ha convinto sia un altro e questo certamente farà sorridere qualcuno. Ebbene, si tratta della cucina. Della cucina posizionata proprio alle spalle dell’altare della chiesa, come accade nella chiesa di via Sforza a Milano.
Quando l’ho scoperto, ho pensato subito che doveva essere una gran bella comunità quella che coniuga Dio con il cibo, la Parola con il pane, il vangelo con gli odori di una cucina. Perché in fondo quello che ci dice la Parola è di sfamarci l’un l’altro, di dissetarci nel corpo e nello spirito, di trasformarci in uomini e donne sale che esaltano il sapore degli altri.
E perché, come si dice dalle mie parti: “ Dios es gordo y le gusta reir”, cioè Dio è grasso e gli piace ridere.