La relazione nell’affettività e nell’omo-affettività
Testo del gesuita belga José Davin tratto da Devenir Un en Christ (Francia), liberamente tradotto da Piero
Il tema delle relazioni occupa scaffali interi di biblioteca. Se lo si incentra sull’affettività, questo spazio si restringe e se si inquadra questo argomento nella sfera omo-affettiva, omosessuale, vanno delineandosi un certo numero di situazioni concrete.
Questo è l’itinerario dei miei due interventi: situare l’affettività nelle relazioni umane e considerare poi le sue applicazioni nelle relazioni dei gay e delle lesbiche.
1. Le relazioni ci formano affettivamente
Una persona tra le altre
* Ogni persona omosessuale è innanzitutto una persona e, come tale, sperimenta l’incontro degli altri, il mondo delle relazioni che sono contemporaneamente esteriori ad ogni uomo, ma anche interiori per le loro influenze. Questo incontro degli altri ci plasma in permanenza.
* Le relazioni sono sempre vissute come esteriori da ciascuno di noi, perché ogni uomo, vedente o non vedente, percepisce l’esistenza dei suoi simili.
In una relazione, il punto di partenza è un “me”, un “io” che, spostandosi sposta il centro della percezione, e, in un certo modo, il centro del mondo dove si trova costantemente.
Senza credersi il centro del mondo, noi possiamo intercettare la vita solo a partire dalla nostra percezione sensibile, unica e a nessun’altra simile.Tutti questi incontri che viviamo come esteriori alla nostra personalità ci arricchiscono con il loro apporto originale.
* Queste relazioni colpiscono così profondamente la nostra vita interiore e partecipano alla nostra evoluzione.
Noi non restiamo indifferenti di fronte alla presenza degli altri; costoro provocano in noi un’interpretazione permanente (certo incosciente in gran parte): Cosa vuol dire? Cosa pensa di me, cosa prova verso di me?
Come ha potuto fare con successo o fallire ciò? Gli altri suscitano in noi domande e risposte, e anche tutto un film, un cinema di spiegazioni, soprattutto quando si pensa a loro, in loro assenza.
Di più, gli altri segnano non soltanto le nostre menti, ma fanno vibrare in noi dei sentimenti. In un certo qual modo, ci abitano.
Così, in certe professioni: infermieri, educatori, insegnanti, si sente spesso questa frase “Quando li lascio, continuano a seguirmi, a segnare la mia vita”. Quindi, come è formato l’essere umano, se è cosi toccato interiormente dai contatti esteriori con altri?
Personalità e affettività
* Un grande bisogno di relazione, lo sappiamo, è inscritto nel nostro corpo, sessuato e orientato verso l’altro sesso; è un’energia incosciente, una forza, una pulsione che ci spinge verso altri e verso la fecondità, essere genitore, utile, prendere posto tra gli altri.
Presso la maggior parte, questa pulsione quando si concretizza in una relazione amorosa, li volge verso qualcuno del sesso complementare (altro, in greco “heteros”), mentre presso una parte non trascurabile della popolazione (3% nelle statistiche più basse), essa si dirige verso qualcuno dell’identico sesso (stesso, in greco “homos”), un orientamento che, in Francia, riguarda dunque circa 1.300.000 persone.
Questo bisogno è inscritto in noi: essere in collegamento con un altro, con gli altri (con l’Altro).
* Noi siamo il nostro corpo, una realtà visibile, con i suoi punti di forza e i suoi limiti, lasciato in balia dell’usura. Abitato, animato dalla nostra mente, questo corpo è più della materia inerte di un cadavere, forma la persona vivente e visibile.
La nostra mente, è la nostra intelligenza, certo relativa, proprio come la nostra volontà, un insieme che ci dà una certa libertà di decisione e d’azione.
Ma la nostra mente, è anche un mondo d’emozioni, la nostra affettività, una sensazione che si produce in noi e che dobbiamo gestire. Questa vita emozionale, questi sentimenti sono alla congiunzione tra la mente e il corpo.
Per esempio, se proviamo grandi paure, il corpo lo sente, il cuore batte più in fretta, la mente prende cognizione di questa paura, ed esprime a parole ciò che succede.
* Questa affettività, questa sensibilità calorosa è infinitamente variabile secondo le persone. È evidentemente una ricchezza, perché essa permette di percepire il vissuto emozionale degli altri, d’apprezzare la bellezza, l’amore, la delicatezza…
È anche un luogo di vulnerabilità, di sofferenza, perché relazioni difficili, l’assenza d’amore, altre contrarietà sono presto percepite. Se l’emozione si rivela un grande stimolante, un prezioso cooperante di progetti, di relazioni e d’azioni, non può essere il nocchiero finale della nostra barca.
Il pilotaggio è di competenza della ragione, della riflessione, dell’intelligenza e della volontà che sono chiamate a scegliere la direzione, il senso della nostra vita, senza lasciarsi dirigere dagli eccessi dei sentimenti, dalle passioni, anche se buoni sentimenti, come la misericordia, sono sollecitatori di numerose decisioni positive.
I primi legami… e i seguenti
* Nessuno nasce su un’isola, portato da una gentile cicogna alsaziana! Così siamo molto dipendenti dagli altri al momento della nostra giovane età. Lo restiamo, in parte, e per tutta la nostra vita, pur acquisendo una certa autonomia.
Questa resta relativa, soprattutto quando seri limiti richiedono un accompagnamento specifico; è questo il caso delle persone aventi un deficit mentale pronunciato.
* I genitori, l’ambiente familiare, costituiscono le prime relazioni importanti, perché prendono in mano tutte le componenti vitali (cibo, bisogni materiali, risveglio del linguaggio, posizione eretta, conoscenze elementari, clima d’attaccamento e d’affetto…).
Una certa fiducia in sé sufficiente è abitualmente suscitata da questo nido familiare: “Sono stato abbastanza importante per i miei parenti”
* Tuttavia, non essendo perfetto nessun padre né madre, le esperienze positive e le frustrazioni inutili, le ricchezze affettive e le lacune fanno parte, in gradi diversi, di ogni educazione. Le personalità ne risentono.
Così, per tutta l’esistenza, alcuni hanno bisogno di una mano ferma accanto a loro e altri di un supplemento di tenerezza.
Ma, malgrado questo percorso inevitabilmente imperfetto, la nostra sorte in buona parte ci appartiene. E conoscersi aiuta ad accettarsi e a progredire.
* Freud e la psicanalisi hanno illuminato questo universo emozionale legato alle prime esperienze positive o negative vissute nel nostro ambiente familiare, impregnato anche di direttive differenti.
Così, un bambino abbandonato molto presto da sua madre soffrirà spontaneamente di disturbi nell’attaccamento agli altri.
Le ferite della vita, soprattutto fin dalla giovane età, ma anche più tardi, possono segnare gravemente le personalità: rivolta, angosce latenti, aggressività eccessiva, depressione.
Se è il caso, farsi curare il “cuore straziato dalla sofferenza” non è mai segno di debolezza, ma piuttosto un indice di lucidità e di coraggio per progredire.
In questo spirito, fare il punto con un accompagnatore può essere utile, anzi necessario, quando ci si sente “sopraffatti” o troppo depressi.
In strada, sotto lo sguardo degli altri
* Per tutta l’esistenza, gli altri ci sono necessari. Il loro sguardo ci incrocia. Sotto la parola “sguardo”, pensando a dei non vedenti, a dei ciechi, bisogna intendere l’idea di una “opinione degli altri su di noi” che, certo, è abitualmente forgiata a partire dalla vista.
Questo sguardo è permanente, anche nella via o in una sala d’attesa, chi è questo altro che sto per incrociare o che è di fronte a me?
Quali emozioni suscita in me: paura, interesse, curiosità, disprezzo…? Come sarò accettato a tavola questa sera, o nei gruppi di condivisione?
Fortunatamente, non ne abbiamo molto coscienza e ci siamo abituati a questa realtà umana.
* Lo sguardo d’altri, presenza inevitabile del nostro destino sociale, è solo una prima tappa, in parte affettiva, verso relazioni di qualità. Le relazioni!
Quando si dice di qualcuno “Ha molte relazioni”, per esempio con il mondo degli affari, con dei responsabili, si accenna a referenze utili.
Ma entrare in relazione con qualcuno fa allusione a un processo più profondo che impegna l’insieme della nostra personalità. Avere una relazione è più superficiale, meno intenso che essere in relazione.
Nel nostro percorso umano, certe relazioni ci formano veramente e altre ci impegnano (Voi siete impegnati ad ascoltarmi, senza dubbio saremo più in relazione domani sera!).
Si può vivere un contatto regolare con qualcuno senza entrare profondamente in relazione con lui, è il caso in certe attività ed è frequente prendendo ogni giorno la stessa metropolitana.
* La relazione autentica presuppone che noi diventiamo una persona per un altro o un’altra, un “io esisto” con le mie idee, le mie emozioni, i miei progetti, le mie differenze, per qualcuno che sia così a proprio agio con noi da raccontarsi, ascoltarci, dialogare.
Le relazioni umane sono, si può dire, essenzialmente affettive, perché si costruiscono sul nostro bisogno di vivere con gli altri in un sentimento di pace, d’amicizia, anche se con alcuni la relazione è più caratterizzata dallo scambio interessante delle idee o dalla realizzazione stimolante di azioni comuni.
* Nel corso dell’esistenza, beneficiamo di diverse relazioni positive che ci fanno vivere, con le loro ricchezze e nonostante i loro limiti, talvolta anche con le loro esigenze (aiutare i nostri vecchi genitori in fin di vita) o con le loro sofferenze (come nelle separazioni).
In tutte le nostre relazioni, ci aspettiamo di essere trattati con rispetto, giustizia e se possibile, di essere stimati.
In tutti i nostri contatti con altri, riceviamo, più o meno, infelicità e felicità, ma mai la pienezza. Così restiamo interessati per ogni nuova relazione, sorgente di speranze. Chi è quello, quella che mi telefona? Attese di novità, talvolta d’inquietudini, o ancora di curiosità.
* Profondo è il nostro bisogno incosciente di vera relazione. Vivere da uomini, è avere fame e sete di relazioni autentiche, d’amicizia, d’affetto, di una pienezza d’amore (e d’Amore).
Accettarsi, grazie allo sguardo dell’Altro
* Di fronte a questo destino comune che ci forma come persone, sarebbe vano e inutile guardarsi in uno specchio e ancora meno piangere, su un passato, eventualmente doloroso o sui suoi limiti, sui suoi insuccessi, sulle sue differenze.
L’essenziale consiste nel prendere in carico me stesso nell’oggi della mia vita, come sono, perché ogni mattino, c’è una nuova pagina di vita da scrivere. L’alternanza del giorno dopo la notte ci invita ad alzarci, a rialzarci di continuo.
* Per comporre questo foglio nuovo in un clima di pace, è benefico affidarsi al Signore Gesù, fedelmente presente al nostro fianco, come lo è stato nel tempo della rivelazione del suo cuore. Due episodi illuminanti possono guidare le nostre riflessioni.
* Dopo una messa in guardia nei confronti degli scribi che amano passeggiare in lunghe vesti ed occupare i primi posti, ma che opprimono le vedove, mentre fanno lunghe preghiere (Mc 12,38-40), il Cristo che si era seduto presso il tempio con i suoi apostoli, ha svelato un messaggio prezioso sullo sguardo di Dio.
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: “In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo.
Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,41-44).
Proprio come Gesù, noi ammiriamo la grande generosità di questa donna che ha deposto tutto in una di quelle tredici cassette delle elemosine, quei grandi recipienti di bronzo allineati lungo la sala del tesoro.
La Buona Novella presenta in questa situazione il Signore come il testimone delle azioni degli uomini e delle loro intenzioni: “Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto” (Eb 4,13).
Egli guarda dei ricchi che danno molto, con vanità. Osserva anche una povera vedova, nascosta, perduta nella folla, il cui gesto, tuttavia, è inciso nella storia umana. Chi era questa donna?
Durante tutta la mattinata chiacchierando con le sue vicine aveva spettegolato su tutto o parlato male alle spalle di un’amica?
Può darsi, come nei pettegolezzi passatempo. Poco importa, Dio prende in considerazione solo una cosa: non il contenuto del suo regalo modesto, ma lo sforzo che ha effettuato, qui per una nobile causa, i bisogni del tempio.
Da cui questa domanda interessante: Dio prende in considerazione il male di cui siamo gli autori? Penso sinceramente che lo dimentichi, perché promuove di continuo la vita e si meraviglia davanti alle nostre buone azioni, anche se, umanamente, sembrano insignificanti. “Infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16,7).
Questo sguardo divino è liberatore per le nostre vite personali, ma anche di fronte allo sguardo che hanno alcuni sulle nostre personalità, sull’omosessualità!
* Altro testo rallegrante riguardante lo sguardo di Dio, la parabola rivolta a quelli che si credono giusti perché compiono atti di devozione, ma che disprezzano gli altri. Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato (Lc 18,10-14).
L’umiltà che si sprigiona dalle parole del pubblicano ci indica il vero cammino per lasciare che Dio ci renda giusti, ci raggiunga in tutte le nostre relazioni macchiate anche da imperfezioni, da insuccessi più o meno gravi.
Gesù ci invita innanzitutto a volgersi verso di lui, nella verità: “Signore, non sono fiero di tali atti, di tali parole, mi pento di essi, aiutami, abbi pietà di me peccatore”.
Poi, ci propone di superare i sensi di colpa, volti verso di noi e senza uscita, accettandoci come siamo, omosessuali o eterosessuali, con i nostri punti forti (da guardare ogni tanto) e con i nostri difetti, le nostre debolezze, su cui la nostra influenza è del resto relativa.
Infine, suggerisce una certa indulgenza per noi stessi, senza cadere nella noncuranza. Indulgenza fondata su una speranza che viene dall’alto, perché sa anche che il buon grano delle nostre azioni cresce a partire da solide radici e che hanno valore d’eternità, mentre la zizzania che ci aderisce ai piedi è solo fragilità passeggera.
Dio colma il nostro bisogno di relazione?
* Per disillusione nei confronti del genere umano, per proiezione su Dio delle nostre attese più profonde, potremmo immaginare che Dio è la sola risposta alle aspirazioni più profonde della nostra affettività: amare ed essere amati. Ciò è in parte vero e falso.
* Falso immaginare che ora Dio che non si vede compenserà, colmerà la nostra affettività che richiede manifestazioni tangibili, corporee d’amore.
Il suo rispetto per la nostra avventura umana non cambia niente di quello che il genere umano ha fatto e realizza liberamente. Il Padrone è partito e ci ha affidato dei talenti da sviluppare per un felice vivere insieme, facendo attenzione ai più inermi (Mt 25,14-30).
* Vero. Un giorno, presso di Lui, troveremo la felicità totale d’essere veramente amati senza condizione con la gioia di vederlo, di conoscerlo e di amarlo, mentre vivremo un amore reciproco perfetto con i nostri simili. È l’avvenire che Gesù, Dio in persona, ci ha rivelato (Ap 21,3-4).
Aspettando, il nostro cuore in desiderio e mai soddisfatto può scoprire in Gesù, incontrato attraverso l’invisibile della fede, Qualcuno che ci accetta come siamo, ci stima, ci stimola, ci dà la pace, ci perdona, in una parola ci ama. “Niente può separarci da questo amore” (Rom 8,31-39).
Questa amicizia profonda può essere vissuta da ogni fedele, quale che sia il suo stato: celibato o in coppia.
Quelli o quelle che hanno risposto a una chiamata di Dio per seguirlo quaggiù nel celibato effettivo del prete, in quello del religioso o del laico cristiano impegnato, approfondiscono questa amicizia, rinunciando ad ogni amore umano, ad ogni genitorialità carnale.
Tutti, consacrati o laici, amici del Cristo, incontriamo Dio modestamente, ma realmente. Senza vederlo direttamente fin da questa vita, sappiamo ciò che ci è promesso.
E anche se il Signore sostiene i suoi amici con rari momenti affettivi di consolazione (operando anche con dei periodi di desolazione) (questa analisi spirituale è stata messa in luce da Sant’Ignazio di Loyola nel suo libro Gli esercizi spirituali), noi camminiamo con fiducia in una quotidianità spesso banale che assomiglia a quella di Nazareth, ma la cui grandezza si misura con l’amore che lo Spirito ci ispira.
2. La relazione nella vita omo-affettiva
Come combinare la ricerca del bene e della felicità degli altri, mentre ci si procura i propri, legittimamente? Senza dubbio le parole “comprensione dell’altro e di sé stesso” offrono una soluzione, un sentiero per percorrere serenamente i vari territori delle relazioni.
E specificamente per considerare le situazioni concrete della vita omo-affettiva (in parte applicabile anche agli eterosessuali).
Servizi
* In relazioni d’aiuto, amare gli altri come sé stessi è un grande ideale che richiede in primo luogo di amare sé stessi.
Principalmente, “io” (cioè ciascuno) io devo innanzitutto avere il coraggio di prendere il mio posto, di esprimere i miei sentimenti, i miei pareri nel rispetto di quelli degli altri, senza inventare delle “storie”, senza manipolare altri, perché ho il diritto e il dovere di essere autentico, di dire sì e no.
Poi, si tratta di essere benevolo con me stesso, non criticarmi di continuo, accettare i miei limiti, la mia differenza omo-affettiva, la mia storia, vedendo anche le mie qualità, le mie competenze, le mie conoscenze. In breve, prendere con serenità il mio giusto posto.
* Rendere servizio fa del bene a qualcuno e corrisponde nello stesso tempo al nostro bisogno d’essere fecondo. Se non vediamo chi aiutare, bisogna mettersi in ricerca, perché c’è più gente in ristrettezza, solitudine, povertà, che il contrario.
Talvolta una semplice telefonata a un conoscente malato, solo è già un prezioso servizio. E anche pregare per altri. Quando Gesù ci dice di amare gli altri “come” egli ci ama, propone un orizzonte ottimale, perché questo “come lui” significa che si rinuncia totalmente a favorirsi, anche legittimamente.
Questa opzione è molto esigente; raramente i nostri atti di generosità sono totalmente privi di un certo interesse, di un po’ d’egoismo. Questa rinuncia (che fu quella di Cristo) porta a pensare che niente ci è dovuto, nemmeno il grazie o la gratitudine che fanno tuttavia molto piacere.
It is then to make service because it was decided to give, to give yourself, without reciprocate, whatever the sympathy is.
Christians who do not have the monopoly of this holiness practice it because on the face of others they read human dignity, a reflection of God, the identity of a person loved by God, in a certain way a brother, a sister in humanity .
After healed ten lepers, Jesus was amazed that only one thank you. In fact, the thank you does good to the one who pronounces him and to the one who receives it. It is legitimate to expect thanks, without however thinking that the service demands it. Jesus, without thinking about ingratitude, has mainly rejoiced that one of the ten praises God, make thanks, and, in this way, becomes more human.
This rather exceptional spirit of service does not mean that it has reduced itself to becoming a "good chicken" that lets itself be consumed without ever thinking about surviving.
While becoming a person of "communion", you must also "save your skin", rest, take on a detached attitude, withdraw from the environment sometimes too intrusive of the service, avoid being entangled in constantly captured activities to the point that the Indispensable recollection, the time of prayer we need are exhausted. Loving himself remains as important as others serve.
In these courageous situations of free service, a great feeling of peace and joy blooms because the well -performed service rejoices the human heart. Thus, among numerous saints, Father Damiano has lived, with love and happiness, in the service of locking lepers physically attractive.
More close to us, parents are also induced to operate in this same spirit of disinterested generosity for the benefit of their children. Many act in this spirit of gift of self which is also a path of sanctification.
Otherwise, when a subtle interest occupies too much the service rendered, if we have the courage of the truth about our intentions, a healthy mortification can arise in our heart and open a space of humility, that of the sinner who lives his conversion and you know welcomed by the Lord, who came to raise, to raise and not condemn. Our imperfection (always present) becomes an authentic meeting place of the Lord.
friendships
* The definitions of friendship describe it as a feeling of sympathy and mutual affection that binds people, regardless of any sexual activity.
This feeling varies from one friendship to another, like the bonds that derive from it. It is not created of them healthy, it is the life that gives us the opportunity.
* Moreover, it is wise not to dream of a perfect friendship that would satisfy us or that would be the equivalent of a loving relationship (dreamed, also, because no love is fully satisfactory).
In a famous treatise on friendship, Father Ricci wrote: "My friend and I, we result in two, but in these two people, the heart is one. Getting on each other and helping each other mutually is what he unites friendship. "
Said in another way, to be at ease and happy with someone else and count mutually on each other, without necessarily meeting often, although it is necessary to keep your friendships by promoting contacts every now and then if they are not evident, given the distances or occupations.
* According to the people encountered, we live each of our friendships in a different way, depending on various factors: proximity (one in Switzerland, the other in Belgium), age, conversations, and also sometimes in a gift or different need.
We do not share the same conversations with each friend. None of them are not even the one who gives the ideal answer to our emotional, material, intellectual or spiritual needs.
* It is important to keep your friendships, especially if you don't live in pairs. In fact, the loneliness of celibacy can become unbearable and change in destroyed isolation, if no friendly relationship is established, friendly with others.
For some, an effort of encounter of others becomes imperious. With other less, because their desire and their ability to live alone is real and remarkable.
* Christian history is dotted with famous friendships, such as that of Francesco d'Assisi and Chiara, or that of Sant'Agostino and Alipio, which lasted about forty years. Agostino's writings on friendship are also instructive.
At the end of his study on the city of God, Agostino wrote this interesting reflection: "What does it console us in this human society, overloading errors and torments, if not the sincere faith and mutual affection of true and good friends?"
The friendly contacts embellish, in fact, our human path. If they really have too few, the way to increase them is simple: to leave their own home, enroll in cultural, sporting clubs, propose their services to voluntary associations.
However, a single authentic friendship can be enough to make life very pleasant.
* (Read also, below, at the end of the paragraph on the spouse the interesting observations from the working groups, on the different expressions concerning friendship and love)
With their child
* Parents who put in the world unexpectedly, a seriously handicapped son (I am their chaplain in my country) must make a serious renovation: put the son naturally dreamed of parents aside and welcome what they will have to take for the whole their life (or entrust it to an institution).
Similarly, parents who learn the homo-affectivity of their children, confront themselves with their imagination, following the idea, still often negative, who make homosexuality.
They are also unprepared on the possibilities, however real according to the countries, of a possible offspring. The positivity or negativity of this reaction can free their child or, on the contrary, to pain it.
But the most important thing is to be happy to have a son, girl or boy, with all the wealth of his interesting personality, including undoubtedly, as in many gays/lesbians, a sensitivity and a delicacy higher than the average.
Also be happy with the ties that will be able to settle with this son, this daughter. Loving your child is not at all linked to the fact that you will be grandfather or grandmother!
* You become parents, over time. Waiting, a son, a homosexual daughter will have to live with the inadequate reactions of his family.
He will have to manage this gap. I have always admired all those and those who had to suffer and get out of it.
Fortunately, more and more parents progressively enter a reception dynamic. Thus, I keep a profound admiration for that mother, a model, who reacted to the announcement of his son, crying in the nearby room some moments, before returning to him saying: "I hope you have not suffered too much so far!"
A spirit of welcome that makes each more human
According to three principles that the reality of human relationships offers us, our heart can grow in welcome and solidarity.
* In depth, every parent and every human being should accept not to dominate everything of the life of his child or another, that is, of not being able to do everything for him. It is in the end to accept finiteness, the limits of our humanity.
More, it is a question of recognizing that every other, including the child, escapes us in one way or another, which leads to accept a certain inevitable solitude.
This is frightening, but acting thus free the other from our expectations and projections. Finally, the time comes to take one last step.
Instead of thinking: "After all that I have done for him, here's what he does!", It is about making this demanding truth his own: nothing is due to us in life, that is, what leads to live with some uncertainty about the reactions of others, on their gratitude or their ingratitude.
This progressive renunciation of our will of omnipotence is the price to pay to live the perfect welcome in every relationship.
The announcement to the family
* For a homosexual person already hailed in himself between accepting or repressing this trend, the announcement to the family remains a difficult moment. It is less than 50 years ago when homosexuality was poorly known and assimilated to moral deviations.
In Muslim families implanted in the West, it remains taboo, in imitation of the countries of origin where it is assimilable to a punishable perversion! In my listening groups, some of about fifty years confess that they have not turned this path of announcement. They suffer from it.
In fact, knowing each other homosexual, and in the presence of the restricted family, having to do how it was not, is equivalent to not truly living as we are. CONSTERS OF US proves the need for a certain recognition of one's identity, including homo-affective, As far as possible, because it is better or it was better not to talk about it than to create serious tensions, painful misunderstandings.
The ultimate criterion is obviously not the announcement, but charity: therefore to keep positive ties, without an announcement, often late, rather than living a disagreement. (Thanks to the members of devenir an en Christ who presented these hints).
* The young people of today risk being less tolerant on this possible announcement: "If the parents are not ready to welcome me as they are, I cut the rope or kill me!"
However, it is possible to get there, even late, by helping himself from a person close to his parents (a brother, a sister, a friend) or by gay and lesbian associations that can establish dialogue bridges.
* As for the announcement of this feature to the enlarged family, I share the reserve expressed by Father Xavier Thévenot "I do not see - he writes - in the name of what Aunt Ursula would have the right to know the sexual orientation of each of his grandchildren."
It can be added that by proceeding by subsequent stages and with an appropriate dialogue, it is beautiful to share the news with the direct family environment. Sometimes, this is fully realized, without particular intervention.
About the spouse
Since Michel Samolard's reports are widely tackling this topic, I limit myself to some complementary reflections.
* When a pair of gay or lesbian is formed, the announcement of this event, to the family and relatives, becomes vital. In fact, claiming to do without it or do as if the judgments and looks did not exist, it is to amputate one's love relationship of a part of reality, because it is inscribed in a human network. The fact of escaping the revelation or hiding it shows well that it remains present in the love relationship itself.
In reality, this non -revelation (for homosexuals, as for heterosexuals) causes suffering. Who is the fault? This is another problem. The result is that some (s) must consciously accept this situation. Include, if possible, this abscess is often healthy.
* In this regard and on others, two great means are within our reach to make us more human, become more unified, and according to our relationship with the Lord "to become one in Christ". On the one hand, asking someone competent to reflect on what makes it suffer.
On the other hand, really entrusting our penalties to the Lord. He himself has passed through proof, through despair and sadness, exclusion and misunderstandings. In prayer, we always earn our burdens.
* The couple's great challenge remains the emotional encounter of the other, the acceptance of the differences that disturb or hurt. It is believed to have made a couple with an orange and has been surprised to see him produce cherries! A real distance appears progressively between the emotional wait that animates us and the actual contribution we receive.
Do you have to cut certain orange branches or leave it? Or rather, completely simply, putting order in our desires and arisor of the highlights in the form of negotiation for a harmonious living together!
* We do not even confuse the initial charm (which is explained with the novelty and physical desire) and the deep and solid sympathy that is the fabric of esteem and ease of contact. The situation of the other's qualities, sometimes hidden by secondary irritations, is also indicated again, after some time. Reware the agreement with the same spouse is a good idea.
* In friendly relationships, how to fix certain limits between friendship and love? (Thanks also to those who have reflected on the weekend on this issue and especially to Marcel who has well placed the posts in the game in two sentences you see here). Saying someone "I love you" is a creative and revealing word of love. While saying to a friend: "I love you" I don't mortgage a loving relationship.
In society including the Church
* Citizen of a country, Belgium, where homosexual organizations have obtained the right to civil marriage and adoption, work in compliance with these laws. However, I ask at the moment of any blessing of gay or lesbian couple who replaced the word marriage used in common (town hall) with the terms alliance or union, in order to distinguish the two realities, which does not arise any problem.
And when homosexual Christians ask me to baptize their son, I am happy to prepare and celebrate this event. My main reference in this apostolate is based on this question: "What would Jesus do in my place?"
* The community in play is found elsewhere, in the gaze of society, of the people, on homosexuality, and therefore on the people involved. To participate in this debate with our beliefs, we cannot remain well in the heat in our sacristies, in our churches or among us.
It seems important to me that Christians frequent the civil sphere, including that of opponents, in order to make known, in an atmosphere of solidarity, their evangelical positions, often ignored, dialoguing on our respective points of view including those that are there Municipalities: better respect for the people involved.
* Even within the Church, it was appropriate to take the floor and take a position. Of course, the era of a sure refusal has been overcome that John McNeill, a former American Jesuit, denounced in 1988 in his famous book "The excluded of the Church".
First, however important steps had already been taken by Don Marc Oraison and several writings of the Salesian father Xavier Thévenot. It still remains of the way to do to better understand the mentality of the biblical authors, and consequently, to pronounce words of respect and spiritual accompaniment.
Each of us is invited to prolong this evangelical opening mission. It is one of the great merits of devenir an en Christ (the association of French homosexual Catholics) to live it within the Catholic Church and social life.
* Beyond the Church, it must always be traced back to the acts and words of Jesus who welcomed each/each, whatever the differences were. A liberating attitude that St. Paul summarized ending his famous honor of God's love with this sentence
"I am in fact persuaded that neither death nor life, neither angels nor principali, neither present nor future, powers, neither height nor depth, nor any other creature can ever separate us from the love of God, which is in Christ Jesus, ours Gentleman". (RM 8,31-39)
Original text: Le Relationnel Dans L'an affecttivité et l'homo-affectivité