Il coming out è al di là delle etichette
Riflessioni di Allysa De Wolf pubblicate sul suo blog secretseminary (USA) il 14 giugno 2013, liberamente tradotto da Roberto C.
Parlo spesso di etichette e di quanto in linea di massima non mi piacciano. Da quando sono recentemente “uscita dall’armadio” (ndr ovvero ho fatto coming out), ho sentito pareri molto discordanti su questo tema nell’ambito della comunità LGBT. Alcuni si autodefiniscono solamente “queer”, altri invece preferiscono una definizione meno sbrigativa.
Tutte le etichette racchiudono una certa dose di stereotipi, sfumature e ambiguità. Inoltre, acquisiscono un determinato significato a seconda del contesto. A volte, alcuni conoscono perfettamente il significato di un termine mentre altri lo ignorano.
Le etichette sono importanti, ma non devono diventare delle gabbie. Cosa ancora più importante, non dobbiamo imporle agli altri: per definizione, il coming out va contro gli stereotipi tradizionali che esistono da migliaia di anni. La comunità LGBT dovrebbe imparare prima ad ascoltare e poi a catalogare, poiché quando si danno giudizi troppo affrettati si rischia di fare solo danni.
Poco tempo fa, un anziano signore gay mi ha chiesto che tipo di omosessuale fossi (sto parafrasando). Nello specifico, voleva sapere se fossi lesbica. Quando gli ho detto che preferisco definirmi “gay” e che francamente non mi importava molto delle etichette, mi ha riso in faccia, dicendo: “È tipico delle nuove generazioni usare sempre il termine ‘gay’. In passato, le lesbiche hanno combattuto per guadagnarsi il loro titolo. Non avrebbero mai accettato di farsi chiamare ‘gay’.”
Quando ho cercato di fargli capire che non mi piace farmi chiamare “lesbica” poiché è un termine che rimanda a determinati stereotipi, non sembrava soddisfatto della spiegazione.
Allora, ho provato a dirgli che, anche se “lesbica” è probabilmente il termine che mi definisce meglio, non mi fa sentire a mio agio. In realtà, ho avuto parecchie difficoltà ad accettare questa parola poiché non rientro nello stereotipo che molti hanno delle donne che amano altre donne.
Così ho detto quello che praticamente tutti vogliono sapere quando ti chiedono a che categoria appartieni: “Vuoi sapere con chi vado a letto? È questo che vuoi sapere?”
Sia nel mondo etero che gay, è lecito domandare a un amico quale sia il suo tipo, ma non è ammissibile chiedergli di definire la sua sessualità per sapere con chi fa sesso. Si possono chiedere informazioni generiche per farsi un’idea a riguardo, ma non si può catalogare qualcuno solo sulla base dei suoi gusti sessuali. Sì, mi piacciono le donne e sì, vado a letto con le donne, ma non c’è solo il sesso.
Come la maggior parte degli etero, vorrei farmi una famiglia e trascorrere la mia vita con qualcuno che è molto di più di una semplice etichetta. Anche se mi piacciono le donne, ciò non significa che uscirei con la prima che incontro per strada. Cerco una persona con la quale condividere i miei interessi, i miei valori, il mio credo etc.
In un’altra occasione, un uomo molto colto e più grande di me (dal quale non mi sarei mai aspettata un atteggiamento del genere) mi ha etichettata senza neanche farmi delle domande. Avevo detto di essere “gay e credente” e mi ha subito definita “lesbica”: Quando poi ho aggiunto che avevo avuto dei fidanzati in passato, mi ha detto che sono “bisessuale” e che mi sarei fidanzata di nuovo con un uomo se avessi trovato la persona giusta.
Ho tentato di spiegargli che probabilmente non mi sarei mai più rimessa con un ragazzo e che ciò non significa che le mie relazioni passate non siano state importanti. Neanche questa spiegazione gli è sembrata soddisfacente.
Le definizioni che usiamo non sono mai assolute: perfino i “gold star gay” (persone che non ha mai avuto esperienze con l’altro sesso) non hanno preferenze nette.
Nel mio caso, le relazioni che ho avuto in passato sono sempre state durature e, anche se tentavo di rientrare nel ruolo di donna che mi veniva imposto dalla società, le emozioni che ho provato erano reali. Come potrei far finta che non siano mai accadute?
Alcuni ci riescono, io no. Ciò non significa che mi senta ancora attratta dagli uomini ma che, nel bene o nel male, quei legami hanno avuto un forte impatto sulla mia vita. Come non si dovrebbero dare giudizi affrettati sul passato di una persona, non si dovrebbe nemmeno pretendere di conoscere il suo futuro. Ho perso il conto delle persone che mi hanno detto: “è solo una fase”, “non hai ancora trovato l’uomo giusto”, “non sei mai stata con un ‘vero’ uomo” o “alla fine cambierai idea”.
In realtà, mi ci sono voluti anni per fare coming out. Alcuni impiegano una vita intera prima di essere sinceri con se stessi. Invece di insinuare che il nostro interlocutore abbia le idee confuse, dovremmo ascoltarlo. Dobbiamo imparare gli uni dagli altri, non creare cloni di noi stessi.
Nella comunità gay, esistono infinite etichette che si riferiscono non solo alle categorie LGBT (trans, bi, gay, lesbiche, queer, poligamo, ecc), ma anche ai vari sottogruppi: femminile, maschile, androgino, butch, femme, chapstick, bear…
Quando ho fatto coming out, mi è stato detto che la comunità gay è molto tollerante e che sarebbe diventata la mia seconda famiglia. In realtà, in molti casi, è stato vero il contrario: spesso, ci preoccupiamo troppo delle etichette piuttosto che accettare gli altri per come sono.
Fare coming out richiede un lungo processo di introspezione poiché, improvvisamente, ci si trova di fronte a un mondo nuovo che non si basa su degli stereotipi arcaici legati al ruolo e al genere. È anche vero che non sempre si cambia: dichiararsi gay non significa diventare una persona completamente diversa.
Da cristiana, vi posso assicurare che, dopo essermi dichiarata, mi sono sentita come la persona che Dio voleva che fossi: una creatura bellissima, fragile e amata dal Signore, sebbene all’inizio avessi paura di accettarmi. Alcune cose sono cambiate, ma la donna che sono diventata non è molto diversa da quella che ero. La cosa strana del coming out è che ti senti diversa ma, al contempo, sei sempre la stessa.
Non dovete assolutamente preoccuparvi se non avete ben chiaro chi siete. Al momento di fare coming out, uno si sente come se dovesse sapere tutto di sé.
In realtà, dopo aver fatto un’esternazione del genere, ci vuole tempo per imparare a conoscersi. È un po’ come imparare a camminare di nuovo: l’importante è fare sempre un passo alla volta.
Testo originale: Coming out as a Gay Christian Part II: Labels