Nella cura pastorale delle persone transgender è centrale la dignità delle persone
Riflessioni di William O’Neill, S.J., pubblicato su Outreach (Stati Uniti) il 25 settembre 2022. Liberamente tradotto dai volontari del progetto Gionata
Nel suo romanzo Beloved, Toni Morrison scrive:
“Ama le tue mani! Amale. Alzale e bacialele. Tocca gli altri con esse, battile insieme, accarezzale sul tuo viso… Devi amarla, questa carne! Questa è carne di cui sto parlando. Carne che ha bisogno di essere amata.“
Ma un amore simile è una grazia difficile: carne che è amore; amore incarnato. Per questo dobbiamo procedere con rispetto in ciò che diciamo, perché stiamo parlando di carne, dell’aspetto più intimo della nostra vita.
Nel documento del 2017 Created Male and Female: An Open Letter from Religious Leaders (Creati Maschio e Femmina: una lettera aperta da parte di leader religiosi), pubblicato dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, diversi vescovi e altri leader religiosi hanno espresso la loro opposizione a quella che definiscono “ideologia di genere”, ritenendola una falsa idea secondo cui “un uomo può essere o diventare una donna e viceversa”.
Pur ribadendo che “la realtà socio-culturale del genere non può essere separata dal sesso biologico di una persona come maschio o femmina”, gli autori riconoscono che la disforia di genere “è una realtà complessa che deve essere affrontata con sensibilità e verità”.
È con questo spirito di sensibilità e verità che voglio proporre una riflessione, attingendo a una risorsa spesso trascurata negli insegnamenti della Chiesa sulla sessualità: la ricca eredità della dottrina sociale cattolica.
La centralità della dignità
Come sottolineano gli autori della lettera aperta, “tutti gli esseri umani sono creati da Dio e possiedono per questo una dignità intrinseca”. La dignità della persona è un tema ricorrente nella storia della teologia morale cattolica.
Per San Tommaso d’Aquino, portiamo l’“immagine di Dio” in quanto agenti morali che partecipano all’amorevole cura di Dio per la creazione. La legge naturale è la nostra partecipazione imperfetta alla legge eterna di Dio.
Tuttavia, è solo nel periodo moderno che la dignità umana emerge come principio chiave per la teologia pubblica della Chiesa, diventando un filo conduttore nell’insegnamento sociale cattolico.
Dopo la Shoah – il termine ebraico per indicare l’Olocausto – Papa Giovanni XXIII, nella sua enciclica del 1963 Pacem in terris (Pace sulla terra), adotta il concetto di dignità come fondamento dei diritti umani universali.
Il testo fa riferimento alla Dichiarazione universale dei diritti umani, affermando la necessità di riconoscere il valore e la dignità di ogni persona, uomini e donne, su un piano di uguaglianza. Due anni dopo, il Concilio Vaticano II riconosce pienamente la dottrina della libertà religiosa.
Da quel momento, il principio normativo fondamentale diventa l’eguaglianza della dignità delle persone, garantita da un sistema di diritti umani fondamentali e doveri correlativi.
Questa è una svolta significativa nel modo in cui la Chiesa interpreta la dignità. Nella tradizione scolastica e neo-scolastica, essa era inserita in una gerarchia metafisica che definiva il fine ultimo del bene comune e della salvezza, con la conseguente inclusione nella Chiesa cattolica.
In quel contesto, la società era vista come una “comunità perfetta”, strutturata in una gerarchia di ruoli e diritti determinati anche in base alla differenziazione sessuale. Per San Tommaso, ad esempio, le donne si trovavano in uno “stato naturale di subordinazione”, generalmente incapaci di esercitare pienamente la virtù pubblica.
Oggi, però, il concetto di dignità si è evoluto: il principio fondamentale non è più la gerarchia, ma l’eguaglianza della dignità di ogni persona. La dignità indica che ogni individuo, in quanto persona, ha un valore intrinseco e assoluto, indipendentemente da qualsiasi concezione del bene o della perfezione.
La dignità umana non dipende da caratteristiche come razza, etnia o genere. Essa è un valore “dato”, che esiste prima di qualsiasi legge o decisione giuridica. Come ricordava il filosofo Immanuel Kant, le persone hanno valore, non prezzo.
Implicazioni etiche
Le implicazioni del concetto di dignità per la nostra comprensione della sessualità sono profonde e complesse, e qui posso solo accennarle.
Anzitutto, l’intervento della Chiesa nell’ordine politico non è più guidato da un’idea teleologica di perfezione, ordinata a un unico bene comune metafisico, tantomeno alla finalità dell’atto sessuale.
Piuttosto, come argomentava Papa Giovanni XXIII, il bene comune oggi si realizza in società moderne e pluraliste come la nostra, attraverso l’instaurazione di un sistema di diritti che protegga la dignità di tutti, inclusa la loro partecipazione effettiva alla vita pubblica. Non è più possibile imporre credenze religiose specifiche come fondamento dell’ordine sociale.
Una conseguenza di questo cambiamento di prospettiva è che il rispetto per la dignità e i diritti delle persone solleva questioni serie sulla legittimità di discriminazioni legislative o giudiziarie basate sul sesso o sul genere. La dignità non è “eteronormativa”. Affermare il contrario significherebbe fraintendere la sua natura.
Questo primato della dignità non esclude le credenze religiose, né richiede di metterle da parte nel dibattito pubblico. Anzi, per molti è proprio la fede a fondare il riconoscimento della dignità umana (basti pensare al concetto di Imago Dei). Tuttavia, le argomentazioni religiose basate su una visione gerarchica dei ruoli o sulla complementarità di genere devono essere coerenti con il principio dell’eguaglianza della dignità. Non a caso, Papa Giovanni Paolo II ha rigettato l’idea scolastica secondo cui le donne sarebbero naturalmente subordinate agli uomini.
Il primato della dignità solleva inoltre interrogativi sulla rigida opposizione tra maschile e femminile e sulla distinzione tra sesso (biologico) e genere (culturale). La dignità appartiene alle persone in quanto agenti morali incarnati, dove “incarnazione” significa la complessa interazione tra biologia, ambiente e cultura.
Il punto cruciale non è separare la natura dalla cultura, ma comprendere l’integrazione tra corporeità e libertà. Parliamo di un percorso di scoperta che va dal genere assegnato alla nascita fino all’identità di genere adulta. Questo evita sia un naturalismo rigido, che riduce il genere all’anatomia, sia un volontarismo assoluto, che lo considera una mera preferenza soggettiva.
Conclusioni
Prendersi cura delle persone transgender non significa sostenere un’”ideologia di genere”, come alcuni temono. Piuttosto, la prospettiva della libertà incarnata offre una via intermedia tra due riduzionismi opposti: quello che assimila il genere al sesso biologico e quello che lo considera un costrutto puramente sociale.
Per il grande teologo Karl Rahner, S.J., ciò che ci distingue come persone – e che costituisce la nostra natura più profonda – è proprio questa libertà incarnata.
Davanti a Dio, la scelta dell’integrità corporea è ciò che la natura richiede. In questo, noi “riflettiamo” l’immagine di Dio.
Le nostre sorelle e i nostri fratelli transgender non fanno nulla di diverso. Come ci ricorda la lettera dei vescovi del 2017, “ciò che Dio ha creato è buono”, ed è questa bontà che dobbiamo difendere da ogni forma di ridicolo, emarginazione o ritorsione.
Lasciamoci guidare dalla saggezza della misericordia, come ci esorta Papa Francesco. Perché ciò di cui stiamo parlando è carne. E la carne ha bisogno di essere amata.
Testo originale: Catholic moral theologian: Pastoral care of transgender persons must emphasize human dignity and “embodied freedom”