La verità ci rende liberi. L’irrompere del coming out nella nostra amicizia
Riflessioni di Marta*, semplicemente una madre
Non fu facile riprendere un po’ di normalità. Bisognava ridisegnare tutto. Tutto doveva essere sistemato in un nuovo posto, anche nel racconto della quotidianità. Fu, quella, una lunghissima settimana.
Era sabato quando seppi la verità. Ci demmo appuntamento per il venerdì dopo. In quel venerdì Paolo arrivò puntualissimo, anzi, forse qualche minuto prima. Come mai era successo prima.
Ero decisa ad andarmene via al primo minuto di suo ritardo. Esigevo il rispetto della puntualità, che poi altro non è se non rispetto della persona. E in quella occasione lo fece. Ebbi la conferma, o forse solo l’impressione, in questo modo, che il legame che ci aveva fin lì unito, la strada che avevamo percorso, fosse una strada sensata. Forse ne stava valendo davvero la pena.
Dopo quelle sue parole, quel giorno in macchina, quando mi disse: “Io mi sento attratto dagli uomini”, mi prese lo sconforto più grande che potessi provare. Comparabile, forse, al giorno in cui scoprii che mio marito aveva altre relazioni. Ma forse anche peggio. Sì, anche peggio. Avevo la sensazione di non aver mai amato nessuno così tanto come sentivo di amare Paolo, neppure mio marito. Dopo il tradimento del matrimonio stavo vivendo il tradimento della sincerità nell’amicizia?
Lo sconforto dentro di me in quei giorni regnava sovrano. Potevo o non potevo fidarmi della persona che avevo accanto?
Ma la domanda che mi occupava tutta le mente era: “Perché?”. Perché non me lo aveva detto prima? Come era possibile che quell’uomo che avevo frequentato, conosciuto e stimato a lungo prima di innamorarmi di lui, e che poi per qualche anno mi era stato sostanzialmente accanto, sostenendomi, aiutandomi, dimostrandosi vero amico, se non anche innamorato, come era possibile che non avesse trovato il modo di dirmelo prima? Eppure sapeva, sapeva molto bene che cosa io provassi per lui: non gli avevo mai nascosto nulla. Perché ero convinta che la verità ci renda liberi.
Durante quell’indimenticabile viaggio di ritorno, in macchina, in una delle prime domande che ricordo di avergli fatto, dopo la sua rivelazione, gli chiesi chi, delle persone che conoscevo, sapesse che lui era omosessuale. Mi disse che lo sapeva solo il suo amico Antonio. L’ambiente loro è un ambiente diciamo “cattolico aperto”, ma pur sempre cattolico. Di quelli dove l’omosessualità al massimo è una malattia da curare, se non anche uno dei peggiori peccati.
Mi ero accorta sin dall’inizio, quando li conobbi anni prima, che il saggio Antonio vedeva di buon occhio il mio trasporto per Paolo, e la nostra amicizia. E più volte avevo colto che, come dire? Che tifava perché io ce la facessi, a mettermi in coppia con Paolo. Lo sentivo dalla mia parte, e questo mi incoraggiava.
Quel giorno in macchina Paolo mi raccontò che Antonio lo aveva fortemente sconsigliato di dirmi la verità, sosteneva che sarebbe stato troppo rischioso dirmelo perché temeva per me, che ne sarei rimasta molto male, e chissà cos’altro. Pare che Paolo gli ribattesse che no, che io ero una donna sufficientemente forte ed intelligente per non soccombere davanti alla verità.
Paolo sapeva che prima o poi me lo doveva dire. Solo che non aveva mai trovato il momento o il modo per dirmelo. Era una cosa troppo grande da dire. E poi aveva paura che dopo io sparissi dalla sua vita.
Mi ritornarono in mente le parole che spesso mi ribadiva, quando gli dicevo quanto lo amassi. Mi diceva: “Io non provo per te le stesse cose che tu provi per me”. Era vero, era il succo, era la realtà. Ma cosa significasse davvero non lo avevo ancora capito. Fino a quel momento.
Bisogna dire le cose chiare. Chiamare le cose con il loro nome, se si vuole che si capiscano. Con i giri di parole ognuno capisce quello che vuole. E non c’è più cieco e sordo di una persona innamorata.
In quel pomeriggio, in macchina, tornando a casa, gli dissi di dirlo, ad Antonio, che me lo aveva detto. L’omertà non aiuta nessuno, e solo la verità ci rende liberi. Alle mie parole Paolo mi guardò come si guarda un extraterrestere. Forse non se lo aspettava. Forse si aspettava che silenziosamente io contribuissi all’omertà. Quell’omertà che non ti obbliga a prendere posizione. Ma che diventa anche una prigione dell’anima. Gli dissi di dirglielo, che me lo aveva detto. In nome dell’amicizia che vantavano di condividere, Antonio doveva sapere che io sapevo.
Rassicurai Paolo che per me sarebbe stato un segreto da custodire fino a quando lui lo avesse voluto, che ne avrei parlato solo con chi lui me lo avesse permesso. Era una faccenda sua, in fondo. Volendogli bene, non avrei potuto “tradirlo”. Ma Antonio doveva sapere che io lo sapevo.
C’erano tante altre cose che non capivo in tutto quello che era accaduto. Non si può vivere una storia così senza comprenderla. Sarebbe come camminare attraverso le sale di un museo senza guardarne le opere, per raggiungere subito il bazar.
In quel momento detestavo anche me stessa: come avevo fatto ad ingannarmi così? Come non mi ero accorta? Possibile che quando ci si innamora ci si acceca anche così tanto? O forse, non c’è nessuno più cieco di chi non vuol vedere?
E poi, accorgermi di cosa? Non è forse un uomo “normale” il mio amico Paolo? E come altro immaginavo che fossero, gli omosessuali? Perché nel nostro immaginario di persone “sane” l’omosessuale assume sempre un po’ le sembianze di una caricatura? Mi veniva in mente il vecchio film con Tognazzi, “Il vizietto”, o altri personaggi che rappresentano sempre l’omosessuale come fragile, effeminato, ridicolo, per non dire altro. Cosa che Paolo no, non lo era proprio.
Nel decifrare la realtà abbiamo bisogno di segni, di significati condivisi, che altro non sono se non costruzioni culturalmente determinate, utilizzando le quali ci semplifichiamo la vita, faticando meno possibile nello sforzo di capire. E la nostra cultura questo ci insegna, che gli omosessuali sono così e così, mica ci dice che si possono scambiare per persone “normali”? Altrimenti staremmo più attenti…
E poi: come dirlo ai ragazzi. Ad Alberto, soprattutto. Perché Marco no, era troppo piccolo, lui. Forse neppure capiva. Alberto sapeva, conosceva il mio sogno, e lo condivideva. Era felice del mio sogno. I figli sono felici se i genitori sono felici. E sanno come stiamo, solo guardandoci negli occhi. Non avrei potuto mentirgli al lungo. E poi Paolo: come stava adesso che si era rivelato?
In una telefonata di qualche giorno dopo, mi disse (e la sua voce mi si è incisa nel cuore della memoria): “Non pensavo di sentirmi così bene, così libero …”.
E poi, come e perché era diventato omosessuale? Fin da piccolo? Omosessuali si nasce? Si diventa? In seguito a cosa? Ci sono stati dei traumi nella sua vita? A causa di cosa era divenuto quel che era? Si sarebbe potuto evitare? E, soprattutto, sarebbe stato per sempre così? Davvero non mi era possibile con lui un amore anche fisico? Non avevo proprio nessuna speranza, io?
E poi, e poi quante altre cose non capivo? Pensavo che aver letto due pagine in un testo di psicopatologia fosse sufficiente a sapere tutto quello che era necessario, di questo mondo omosessuale. E invece no. Non era sufficiente. Anzi, era fuorviante. Sono stata imbrogliata, mi ero imbrogliata, mi ero illusa, non avevo capito!
Arrivata a questo punto non avevo alternative: o eliminavo Paolo, con un colpo di spugna, dalla mia vita, oppure dovevo provare a capire. Lui doveva spiegarmi. Dovevamo capire assieme. Anche in questa cosa, soprattutto in questa cosa, dovevamo spaccare il capello in quattro, come facevamo sempre nei nostri dibattiti sui vari temi della vita. Questa cosa aveva bisogno di essere compresa fino al fondo più fondo. Fino a ritrovare la giusta serenità.
Arrivò puntuale, in quel giorno, Paolo. Non andammo al ristorante solito, lì vicino. Andammo sul greto di un torrente, in mezzo al verde della boscaglia. Per parlare. Per parlare in pace. Dove io potevo anche piangere. E dove, finalmente e per l’unica volta io osai accarezzarlo, e lui si lasciò accarezzare. Solo accarezzare. Quasi a pagare un debito che non poteva essere pagato in altro modo.
* Conosco Gionata.org ormai da anni. È stato il luogo che più ho frequentato in internet per cercare di capire un’altra vicenda fondamentale nella mia vita. Qui ho conosciuto persone molto belle. E ho avuto modo di conoscere di persona anche i webmaster.
Giorni fa, parlando con Innocenzo, gli ho detto che mi piacerebbe scrivere di queste mie vicende su Gionata, ma che non so neppure da dove cominciare, tanto è un groviglio, che non è facile dipanare.
“Fallo a puntate”, mi ha risposto. E allora, se volete, questa può essere una puntata, un po’ diario, un po’ ricordo. Un racconto in itinere. Che un po’ va avanti, e un po’ torna indietro, per cercare di capire, e trovare il filo di una vicenda normale, perché normale è innamorarsi e amare, anche se l’orientamento non è quello normalmente considerato normale. Non ho idea di come andrà a finire, perché si sta ancora svolgendo. E io non ho ancora compreso tutto. Anzi, a volte mi pare di non aver capito niente.